“La storia è la scienza delle cose che non si ripetono” (Paul Valéry)

Di tutte le storie che un libro può racchiudere nell’arco delle sue pagine, quella del calcio rimane probabilmente l’unica per la quale non basterebbero neanche diversi tomi medievali, per poter essere narrata in tutto quel suo magico equilibrio tra sacro e profano, mitologia e leggenda, romanticismo ed autentica follia.

Il giornalismo sportivo moderno, ed in particolare quello con protagonista il Dio pallone, è ormai saturo di numeri, grafici e statistiche che hanno l’unico (spesso infondato) presupposto di spiegare questa o quella giocata, la quantità di passaggi effettuati dal mediano piuttosto che dal trequartista, o estasiare i più metodici con cerchi e linee di direzione che ci raccontano il movimento di un calcio in cui sembra contare soltanto la tattica. Perché in fondo siamo tutti allenatori, provetti Mourinho da litigate al bar del lunedì. Soprattutto in Italia.

Continuiamo invece a dimenticare che dietro i super atleti della contemporaneità, quelli che sfuggono alla logica più umana per varcare la soglia eterna della leggenda, ci sono vicende e aneddoti che vanno oltre il calcio. Perché le storie più belle che ha da raccontare nascono fuori del terreno di gioco, su campi così dirompenti da deviare il corso dell’umanità e tracciare solchi così profondi da trascinare via con sé nazioni e popoli. Tutti fermi, a guardare la partita.

Dimentichiamo che gli autori delle pagine di questo straordinario libro sono prima di tutto uomini che hanno dovuto sfidare governi, dittatori e tempi moderni soltanto per indossare una casacca ed inseguire un pallone, che in fondo non era nient’altro che il sogno di disegnare un destino migliore per sé e per le generazioni future. Al pari della storia dell’umanità, anche quella del calcio si muove tra le luci e le ombre di gesti impressi nella memoria collettiva come forme nella calce. Di momenti da raccontare ve ne sono talmente tanti da poter spiegare ai nostri figli cosa realmente è la vita semplicemente pensando alla mano de Dios, al Maracanazo, al cucchiaio di Totti contro l’Olanda nella semifinale degli Europei del 2000. Alla testata di Zidane nella finale del mondiale tedesco.

Già, proprio il grande Zizou. Non è una citazione casuale: siamo partiti da lì. “La testata di Z” vuol però essere il modo più bello, coinvolgente e “memorabile” di raccontare questo sport. Col tono che solo gli innamorati conoscono, quello che muove dalla passione incrollabile per l’altro.

Ma c’è di più.

“Zeta” non delinea in maniera esclusiva la figura di Zidane. E’ l’idealtipo del calciatore. E’ la voglia di vincere, di lottare fino alla fine, di porsi nuovi obiettivi e superare i propri limiti. E’ gettare il cuore oltre l’ostacolo, pur di scrivere il proprio nome nell’Olimpo del pallone. Zeta è il primo e l’ultimo dei calciatori. Il più forte, ma anche quello che ignora cosa sia il fuorigioco. Non è un caso che sia anche l’ultima lettera dell’alfabeto.

Così si chiude il cerchio. Ma inizia il grande racconto del calcio.

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