L’ALLENATORE AL TEMPO DELLA RETORICA

Si dice che in Italia vi siano 50 milioni di allenatori di calcio, tanto è l’amore, l’interesse per l’argomento che ha vampirizzato ogni altra materia, cancellando quel desiderio di conoscere che è nella natura umana. Non si parla di musica, quella tramandata dai nostri padri, di teatro, figuriamoci, forse di politica, ma senza quella sana e sanguigna volontà di stare all’interno della realtà che la politica in teoria dovrebbe rappresentare, se ne parla con la bava alla bocca , ciascuno legato al dogma del partito al quale si sente incatenato, come nel calcio, dove l’appartenenza è la sostanza di quello che grottescamente si chiama gioco. E la figura di riferimento come i leader dei pariti è l’allenatore, assurto alla fama nazionale solo perchè è il terminale di una fazione numerosa quanto agguerrita, che i media provvedono a “scaldare” con opinioni che forniscono indizi buoni per una bella litigata, quando va bene.

L’allenatore è una figura salvifica, se lo cambi la tua squadra farà quel salto di qualità che ci si aspetta, in caso contrario, come di consueto, è il presidente ad essere messo sulla graticola in uno scarica barile invrerecondo, il poveretto dovrà fare acrobazie dialettiche per liberarsi di quella patata bollente e maledirà il giorno in cui ha deciso di accettare la presidenza di una squadra di calcio. L’allenatore sa bene che ha davanti a se un paio di settimane per riuscire a rabberciare una squadra che ottenga il risultato minimo, la salvezza o la vittoria attraverso la quale si salverà dall’inferno della retrocessione o al massimo un posto che permetta alla squadra di gareggiare in una coppa europea. Inoltre deve fare i conti con una ventina di giovanotti in cerca di gloria, ciascuno dotato di caratteristiche psico-fisiche che dovrà amministrare al meglio e con qualche senatore che sa come muovere la piazza. E così gli allenatori si trasformano in tribuni, compiendo acrobazie dialettiche che rendono ancor più penosa la loro situazione Un allenatore può parlare senza dire praticamente nulla, in questo Spalletti è un maestro, al quale si deve riconoscere una discreta qualità dialettica, mutuata dalla sua origine toscana, le sue conferenze sono sfumate, digrignate con sapienza, Non ha nulla da dire ma lo deve dire. Ed è lui il primo ad esserne infastidito, questa è almeno l’impressione che si ricava dopo averlo ascoltato, quasi a reti unificate.

Il primo è stato Helenio Herrera, ribattezzato habla habla, prima di lui l’allenatore era una figura inesistente.

Ricordare oggi i nomi di quelli del passato è ozioso. Però, finchè dura ristoranti di lusso, interviste ed altri benefit. Alcune figure di questa categoria sono cadute nella trappola dell’autoreferenzialità, come il patetico Mazzarri, anche lui di origine toscana, ma con meno qualità di Spalletti, solo un provinciale con la giacca a mezzo culo, la parodia di un manager, il ruggito del topo. Ora è in Premier League, dove vivacchia e al cospetto della lingua inglese deve soffocare le sue osservazioni sulla meteorologia, ma diamogli tempo e poi toccherà agli inglesi soffocare le risate.

Quanto a Sarri, credo si tratti di un equivoco, con quella faccia da fumatore e una certa mestizia che si manifesta anche attraverso la tuta, che indossa anche durante le partite come per dimostrare che lui lavora e vista la sua appartenenza politica non può meravigliare.

Poi ci sono i ridanciani, uno per tutti Allegri, un nome, una garanzia. Essere toscano per un allenatore è un distintivo di qualità, dovendo dialogare con giocatori di diverse etnie, si pensa che un toscano sappia meglio di altri come confrontarsi con il prossimo. In fondo Coverciano si trova a pochi chilometri da Firenze.

Mourinho, quello che ha portato la figura dell’allenatore a livelli di idolatria fin ad ora sconosciuti alla categoria ha saputo evitare le paludi della retorica calcistica della quale si nutrono i suoi colleghi, spero ritorni presto in Italia, c’è bisogno di qualcuno come lui, non possiamo essere condannati al solo Spalletti.

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