#ONETOONE: ALESSANDRO ALEOTTI

Intervista ad Alessandro Aleotti, presidente del Brera F.C.

Alessandro Aleotti è uno che di interviste ne ha fatte, a differenza mia. Di più, è un uomo di comunicazione. È questo è il motivo per cui in quell’ora e mezza di chiacchierata, più che di un’intervista si è trattato di una lezione in cui l’allievo ero io. Aleotti è un uomo che quando parla di calcio lo fa con l’occhio clinico di un sociologo, lo spirito popolare del tifoso da bar e gli occhi sognatori di un presidente che vorrebbe rendere grande la sua squadra.

Partiamo subito a bomba. “Il calcio è l’anarchia come paradigma del paradiso terrestre”. Cosa vuol dire? Cos’è il paradiso terrestre nel calcio?
Allora … (ride) dobbiamo partire dall’inizio per spiegarlo. Io sono entrato nel calcio nel 2000 e l’ho fatto credendo che il calcio fosse una delle forme più significative della contemporaneità. Pensavo fosse interessante, oltre che divertente, poter raccontare il cambiamento del mondo attraverso il calcio in un Paese che lo considera una fenomenologia meta-religiosa. Mi piaceva anche il fatto che il calcio avesse questo aspetto simbolico. È un paradigma della nostra società. L’ho fatto in categorie non egemoniche (ndr. Il Brera attualmente gioca in Eccellenza), facendo delle cose significative anche dal punto di vista della relazione tra calcio e temi sociali.

Come il FreeOpera Brera
Esatto. Un progetto molto narrato ad esempio dalla Rai tramite il programma Sfide. Abbiamo fatto nascere il calcio nelle carceri. Il nostro progetto pilota a Opera ha fatto sì che la filiera calcistica ufficiale entrasse nel carcere. Oltretutto il carcere in sé è una comunità. Solo in quello di Opera ci sono circa 2000 detenuti e 1800 guardie. Non puoi pensare perciò, di creare un progetto come il nostro solo per i detenuti…

In sintesi potremmo dire che hai usato il calcio come strumento per intervenire nel sociale
Assolutamente. Un esempio è la mia azione nei dilettanti, quando c’era Tavecchio ancora alla presidenza. Fino al 2000 le NOIF (Norme Organizzative Interne della FIGC) erano tendenzialmente uguali tra i professionisti e i dilettanti. Lo straniero era visto come quello che veniva in Italia solo per giocare a calcio. Questa lettura, tutta interna al mondo del calcio, non si rendeva conto che in Italia già da circa 20 anni il 5% della popolazione era straniera. Stranieri di passaporto, visto che noi abbiamo lo ius sanguinis, venuti in Italia per motivi che esulavano da quello calcistico. Questo creava dei grossi problemi nelle squadre dilettanti che per ovvi motivi non tesseravano stranieri. Inibire loro la possibilità di giocare a calcio significava costruire un grosso fatto giuridico di discriminazione sociale. Noi su questo ci siamo dati da fare, creando una selezione di soli giocatori stranieri e alla fine un po’ all’italiana la Federazione ha fatto una sanatoria generale, del tipo “ok da adesso possono giocare tutti”. E di questo sono molto orgoglioso perché si è dimostrato un qualcosa di duraturo. Non quelle boiate solidali, stile torneo tal dei tali, ma qualcosa di concreto che modifica delle regole che noi consideravamo inique.

Questo mi ha portato ad una considerazione. L’Inter è una società acquisita da stranieri e il Milan quasi, secondo un modello top-down, dall’alto verso il basso; il Brera ha subito un processo inverso, dal basso verso l’alto tant’è che siete l’unica squadra dilettantistica ad avere così tanti giocatori stranieri. Di solito c’è nè uno, massimo due e poi comunque, voi siete la terza squadra di Milano
Eh che sembra una banalità, ma noi giochiamo contro squadre di città da 80.000, 100.000 abitanti. Saronno e Pavia giusto per fare un paio di nomi. Anche dal punto di vista economico non è un giocattolino da poco.

Ma non hai mai pensato di fare come il Chievo?
Io ci ho anche pensato, ma per fare come il Chievo che in B, in B (quest’ultima B è più accentuata) faceva 500 paganti devi avere un presidente come Campedelli che finanzia in toto tutto quanto. Sai il calcio diventa un progetto autosufficiente dalla serie B. Il vero problema del calcio, che tra l’altro ha impedito a noi di fare una scalata, è che la serie C (ndr Lega Pro) è un deserto che se provi ad attraversarlo o hai una bella dose di borracce finanziare o muori.

Molte squadre lì sono fallite. Si parla di 120 negli ultimi 15 anni
Ma si perchè nelle serie maggiori tu hai un fatturato captive, cioè un fatturato che ti viene dai diritti tv, e il fatturato minimo di una neopromossa è di 25 milioni. Una squadretta come il Frosinone con un anno di serie A si è pagato la stagione e si è costruito lo stadio. Anche in serie B riesci ad avere un’autonomia finanziara perché il contributo federale è tra i 5 e i 7 milioni. Dove perdi strutturalmente è la serie C in cui hai lo status di professionista sia dello staff che del giocatore, il che significa che devi assumerli, pagarli 13 mesi l’anno, versare i contributi eccetera eccetera…

Un bell’onero
Un bell’onero se si considera che il contributo della Federazione è tra i 500.000 e i 700.000 euro e il costo minimo deve considerare almeno 25 persone assunte tra staff, giocatori e le figure obbligatorie, come il responsabile della sicurezza. Capisci bene che sei in rosso parecchio. Considera che in C il break-even è di 1.8 milioni di euro, meno è impossibile spendere.

In pratica, siete economicamente troppo deboli per salire, ma anche troppo forti tecnicamente e per lignaggio per scendere. Quindi?
Diciamo che io di rimanere ancora in questo limbo mi ero un po’ rotto i c… Perciò dopo aver perso la finale dei playoff per salire in Prima Categoria ho riunito i ragazzi e ho detto che, essendo il Brera, dovevamo fare qualcosa di speciale. Un progetto che rendesse autentica la nostra sfida. Non possiamo giocare alla pari con le altre squadre. Bisognava far capire che il Brera era, è un’altra cosa. Allora abbiamo fatto un anno in cui era vietato allenarsi, come se fossimo una squadra amatoriale.

“Mai un allenamento solo il talento”, questo è il vostro motto
Si, noi scendevamo in campo con questa scritta perché volevamo dimostrare che il talento è più importante di ogni altra cosa. Il progetto sembrava folle e, devo ammettere, all’inizio i risultati non mi hanno dato ragione. Nel girone d’andata eravamo ultimissimi, 15 partite e 4 punti tipo. I giocatori mi dicevamo “Presidente se non ci alleniamo è ovvio che perdiamo”. Io però, ero convinto che non fosse per quello che perdevamo.

Allora qual era il problema?
Credevo che il fatto di aver mantenuto un po’ di giocatori della stagione precedente, abituati ad un approccio classico, avesse creato una sorta di alibi per cui era normale perdere se non ci si allenava. Allora ho chiamato nuovi e vecchi giocatori, gente un po’ tosta, e abbiamo estremizzato questo progetto. Eravamo “superscialli”. Andavamo allo stadio mezz’ora prima della partita, musica, alcuni si facevano delle canne prima di scendere in campo. Sembravamo degli scappati di casa. E nel girone di ritorno abbiamo fatto gli stessi punti della prima in classifica e l’anno dopo in questa maniera abbiamo stravinto (batte il pugno sul tavolo) il campionato con tre giornate d’anticipo.

Quindi, d’ora in poi mai più un allenamento?
No, la mia non è una fissazione contro gli allenamenti. Non possiamo farlo nella categoria in cui siamo. Anche se abbiamo una squadra molto giovane (ndr. il più vecchio ha 22 anni) siamo gli unici insieme al Pavia ad allenarci alle 3 del pomeriggio, come i professionisti.

Squilla il telefonino e mentre discute con uno del suo staff per organizzare gli ultimi dettagli dell’amichevole che la sua squadra giocherà tra pochi minuti, immagino quest’uomo come presidente della FIGC o meglio, come Ministro dello Sport. Sarebbe interessante, perlomeno non ci annoieremmo. La tentazione di provocarlo con questo mio pensiero è tanta così appena terminata la breve chiamata:

Ma la politica come la vedi nel calcio?
Mah innanzitutto, penso che il Ministero dello Sport dovrebbe essere il Ministero del Calcio. Poi, soprattutto a Milano, gli assessori dello sport sono donne, antropologicamente antagoniste rispetto al calcio, che si occupano di tutti gli sport, anche di quelli di cui non sapevo nemmeno l’esistenza, tranne che di calcio. Quando poi vai a guardare i numeri e ti accorgi che l’Italia è il calcio. Perciò quando ti occupi a livello istituzionale di sport devi prima di tutto occuparti di calcio. E ti Devi occupare di calcio anche perché il mondo del calcio fa schifo.

Per te il modello inglese potrebbe essere riproducibile in Italia?
Non è un caso che il calcio lo hanno inventato gli inglesi. Anche se è vero che ogni Paese ha le sue peculiarità, io sono un gran ammiratore del calcio inglese… al di fuori del rettangolo da gioco. Non so, per me lo spettacolo calcistico del calcio inglese è tra i più brutti del mondo. Ma la passione per il calcio, tralasciando la Premier League che segue delle regole di un sistema finanziario e mediatico, e il loro sistema di gestione sono gli elementi che devono ispirarci.

Un sistema che ha avvicinato molto i tifosi
Se ci basiamo sul fatto che gli stadi sono pieni mi viene da ridere. Hanno stadi da 40.000 posti. Grazie al cazzo che gli riempi! Ma se vai nelle categorie inferiori pensi “wow questo club è bellissimo”. Sono tutti bellissimi i club per l’entusiasmo dei tifosi, la partecipazione della comunità. Entrando più nel dettaglio e guardando i numeri ti accorgi che il rapporto tra spettatori e categoria in confronto all’Italia è di 10 a 1. Ovvero a parità di serie se da noi ci sono 200 spettatori da loro ce ne sono 2000. Quando hanno fatto la finale per l’ammissione alla quarta serie l’hanno giocata a Wembley con 46000 persone e si scontravano due paesi che insieme contavano 60000 abitanti. Sono dei numeri fantastici.

Però?
Però giocano malissimo. Il livello tecnico è nettamente inferiore al nostro. Poi, mi ricordo che una volta chiesi ad un presidente di uno di questi club minuscoli dello Yorkshire perchè erano tutti inglesi. Sembrava di essere nell’800, tutti bianchi con i capelli rossi… Gli chiesi se non avessero un po’ di stranieri. Questo mi rispose (lo imita con un tono canzonatorio) “si, si ne avevamo uno…”. In realtà, loro sono razzisti al massimo. Vogliono che giochi solo la gente del posto, tipo il figlio del macellaio.

Al contrario della Premier dove lì il numero di inglesi è più basso del numeri di italiani qui in Italia
Si, si esatto.

Il Brera però, ha preso solo la parte bella, quella identitaria di questi club
In parte. Nel senso che siamo una squadra giovane, siamo nati solo nel 2000 perciò non abbiamo il nostro pub, i nostri punti di ritrovo e il legame con il quartiere non è a quei livelli. Più che altro c’è un forte legame tra noi del Brera. Per farti un esempio, la prima in classifica mi ha chiesto in prestito un giocatore che da noi non gioca neanche sempre e lui mi ha detto testualmente “Presidente solo se mi danno 4 volte quello che prendo qui me ne vado”. Io l’ho mandato anche un po’ a quel paese perchè mi davano per il prestito 2-3mila euro. Però, sono cose che ti fanno piacere.

Giocatori che rifiutano ingaggi più alti per rimanere in questa squadra, una storia breve ma fatta di provocazioni e sfide vinte, uno stadio in cui giocò Giuseppe Meazza e un presidente meravigliosamente folle. È il Brera, bellezza!

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