TORINO, UNA NUOVA PROMESSA

Quando ero piccola mio padre mi portava sempre al Delle Alpi per vedere il calcio. E per “calcio” nella mia famiglia si intende il Torino. So che ci sono altre squadre contro cui giochiamo, ma l’idea di tifare granata mi è sempre piaciuta. C’è da dire, però, che fino all’età di 7 anni non avevo ancora capito bene come funzionava il gioco del pallone. Ero stata allo stadio già diverse volte, ma non avevo mai visto segnare la mia squadra – gli anni ’90 sono forse stati i più critici per il club granata. Immaginate quindi una bambina di 7 anni che per la prima volta vede il pallone entrare nella porta degli avversari: “Papà – ho gridato mentre tutti attorno a me saltavano ed esultavano – Ma allora possiamo fare gol anche noi???”. Sì, quelli erano tempi davvero duri per i tifosi e per quelli nati negli anni ’90 lo era ancora di più. L’ultima vittoria importante nel 1993, quando i granata conquistarono la Coppa Italia all’Olimpico di Roma. Da lì in poi, i successi sono solo un racconto mitologico di genitori/nonni. D’altronde siamo cresciuti a pane e “Se sei del Toro devi imparare a soffrire”. E così abbiamo fatto: vent’anni senza vincere un derby, dodici anni lontani dall’Europa, tre retrocessioni in serie B e il fallimento del club. Poi, però, nel 2005 la rinascita societaria e l’arrivo di Urbano Cairo alla presidenza. La prima grande soddisfazione per Cairo è stata quella di riportare la squadra nella massima serie con una vittoria storica ai play-off contro il Mantova, che ricorda in qualche modo quell’ultimo successo in Coppa Italia. Dalla stagione successiva il Torino torna a giocare al comunale, rinominato Stadio Olimpico, ma, dopo tre anni, fa ritorno ancora una volta in Serie B. Cairo a questo punto si organizza per costruire una squadra di alto livello: prima mossa Gianluca Petrachi come direttore sportivo. Sarà lui a portare in casa granata tutti i giovani campioni che faranno nuovamente sognare i tifosi. Da Immobile e Cerci a Belotti, Ljajic e Iago Falque, da Darmian a Zappacosta, da Glik a Barreca, e a capitan Benassi. Il Toro delle giovani promesse e del sogno mai infranto voluto da Giampiero Ventura, che ha preso in mano la squadra nel 2011 dalla serie B e l’ha portata fino al San Mamés, ovvero là dove il Toro torna ad essere da record. Prima e unica squadra italiana ad espugnare il mitico stadio dell’Athletic Bilbao, eliminando così gli spagnoli ai sedicesimi di Europa League. Tra i nuovi record, oltre al ritorno nelle coppe europee dopo 12 anni, contiamo Ciro Immobile capo cannoniere nel 2014 – titolo che un giocatore granata non raggiungeva dai tempi di Graziani (1976-77) – la vittoria in un derby dopo 20 anni, fino all’intitolazione dello Stadio al Grande Torino e alla rinascita del Filadelfia, simboli di un ritorno al passato e alla forza degli Invincibili. La risalita del Toro culmina in questa stagione, in cui sta frantumando ogni record e superando ogni aspettativa. Con un centravanti da cento milioni in squadra che fa sognare anche in Nazionale, e un attacco che così tanti gol non li segnava da quella già nominata stagione 1976-77. Insomma, un Toro così non l’ho mai visto, l’ho solo ascoltato nei ricordi degli altri. Come mio nonno che mi raccontava di Valentino Mazzola e dell’emozione che trasmetteva al pubblico granata quando decideva che era ora di vincere: si tirava su le maniche e i compagni capivano che bisognava fare gol. Ecco, quella stessa sensazione la proviamo adesso quando il Gallo corre con la mano a ‘mo di cresta. La grinta e la voglia trascinano i giocatori così che il Torino è, partita dopo partita, sempre più vivo, e gioca da grande squadra. La sensazione che trasmette a noi tifosi è indescrivibile: un misto di incredulità, felicità e voglia di rivalsa.

Di solito quando dico che tifo Toro, la gente mi risponde con mezzo sorrisetto e la frase: “Grande cuore, ma povera te”. Quest’anno la solfa è cambiata: “Uè granata, come mi piace ‘sto Toro”. E se piace a chi tifa un’altra squadra, immaginate noi, dopo vent’anni di nulla, cosa abbiamo provato nell’andare in trasferta a Bruges, a Helsinki, a Copenaghen, a Bilbao, persino a San Pietroburgo?! Cosa proviamo quando il nostro Belotti è al centro delle analisi di tutti i giornalisti sportivi italiani per quanto è forte?! Ho tifato Torino quando non c’era nulla per cui essere tifosi, ora voglio godermi fino in fondo questa sensazione di euforia e di orgoglio nel vestire la maglia granata: non quella di Pulici e Graziani di 40 anni fa, non quella degli Invincibili di 70 anni fa, ma quella cha sta facendo faville oggi! Non importa dove arriveremo a fine stagione, se torneremo in Europa o chissà quali altri record raggiungeremo, il bello è anche solo essere nuovamente felici di guardare le partite: non, sperare di non perdere, ma sapere che possiamo vincere. Il bello di tifare Toro è poter gioire per qualsiasi piccolo traguardo, perché la nostra storia passa dall’Olimpo agli inferi del calcio per poi risalire di nuovo, e quindi tutto è possibile.

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