#FC: A BELGRADO È SUBITO DERBY – PART III

Champion of Yugoslavia 1997/98. Questa è la scritta che ci accoglie allo Stadio del Fudbalski Klub Obilić.

Il Fudbalski Klub Obilić – o più semplicemente Obilić – è uno dei club della capitale serba, Belgrado, fondato nel 1924, gioca le sue partite interne nello Stadio Miloš Obilić, situato nella municipalità di Vračar, e deve il suo nome all’eroe serbo vissuto nel XIV secolo.
E’ una piccola squadra che non ha mai ottenuto risultati degni di nota, eppure è al centro della storia del Calcio serbo e della Serbia stessa, di cui è stata anche Campione, appunto, e rappresentate sia in Champions League, sia in Coppa UEFA. Il pensiero vola immediatamente alle grandi imprese che furono quelle dell’Aston Villa, del Nottingham Forest, del Verona, o, più recentemente, del Leichester, e invece no, qui il Calcio non c’entra, questa è una storia legata alla Guerra, alla Mafia, alla corruzione e alla prepotenza. E’ la storia di Željko Ražnatović detto Arkan, comandante delle Tigri, truppe paramilitari serbe che, durante la Guerra dei Balcani, si fecero notare per le loro efferatezze.
Arkan, al termine del conflitto, si arricchì in ogni modo possibile – poco conta se fosse lecito o illecito – e volle acquistare una squadra di calcio per suggellare il proprio potere. Željko era Capo degli Ultras della Stella Rossa, che a loro volta componevano le sue truppe, e provò ad acquistare la Società. Fu a seguito del gran rifiuto della Crvena zvezda che decise di acquistare il piccolo Fudbalski Klub Obilić e di portarlo a trionfare in patria, in Europa e nel Mondo, proprio contro chi lo aveva tradito. Ci riuscì in parte e non certo per meriti sportivi, ma questa è un’altra storia, già raccontata da molti, prima e meglio di come potrei raccontarla io.

Champion of Yugoslavia 1997/98. Questa è la scritta che ci accoglie allo Stadio del Fudbalski Klub Obilić. Sui muri perimetrali campeggiano graffiti raffiguranti l’eroe serbo Miloš Obilić, lo stemma del Club, la formazione Campione di Jugoslavia e anche il volto di Arkan.
Osserviamo in silenzio e respiriamo la storia, quella che a scuola non c’è tempo d’insegnare, non ce n’è a sufficienza neanche per la Seconda Guerra Mondiale, figuriamoci se ne trovano per raccontare quello che è successo l’altro ieri, a pochi chilometri da casa nostra.

Il cancello dello Stadio è aperto. Entriamo. Ci troviamo in un piazzale, proprio di fronte alla tribuna principale e a quella che ha tutte le carte in regola per essere la porta della sede del Club. Neanche il tempo di scattare una foto e sentiamo una voce maschile che grida. Ci voltiamo. Ecco un signore canuto, abbastanza corpulento, che ci viene incontro con passo affrettato e atteggiamento concitato, con tanto di distintivo luccicante tra le mani, uscendo proprio dalla porta che sembra essere l’ingresso della sede del Club. Enrico, pronto come sempre, grida we’re football fans! siamo qui per il calcio, vogliamo solo dare un’occhiata. Il Signore ci guarda e non capisce. Ci chiede cosa siamo venuti a fare fino a lì, gli spieghiamo il senso del nostro viaggio e, in particolare, di quella tappa, per noi fondamentale. Ci ricordiamo di quell’Obilić contro il Bayern Monaco, in quel turno preliminare di Champions League – che poi vide i tedeschi di Kahn e Matthäus sconfitti in Finale dallo United – giocato il pomeriggio, per mancanza d’illuminazione artificiale – tuttora assente -, e terminato 1 a 1. Ci ricordiamo di Arkan.
Il Signore abbassa lo sguardo malinconico, si volta, ci indica il percorso e in un inglese masticato: qui comando io, seguitemi. Ripercorre la strada da cui è arrivato, con noi al seguito, prima sulle scale e poi all’interno di quella porta che, effettivamente, era l’ingresso della sede del Club.

Ci presenta una donna e un uomo che, probabilmente, erano a colloquio da lui e che avevamo interrotto con la nostra invasione. Senza dire una parola prende una chiave da un cassetto e si avvicina a una porta imbottita, la apre e ci fa cenno di seguirlo. Siamo spaventati, non capiamo, ma, incoscienti, lo seguiamo per quella scala buia, che scende nella pancia della tribuna. Ci immaginiamo legati a delle sedie, puniti per averli disturbati, e invece no. Entriamo nel magazzino dell’Obilić: ecco, queste sono le maglie che i ragazzi indossavano quel pomeriggio, guardatele pure, ma rimettetele al loro posto, quelle non posso darvele. Si volta, rovista tra una pila di maglie gialle e ci porge tre divise della Stagione appena conclusa. Queste ve le regalo, mi avete commosso. Sono stati anni bui, ma per noi sono state stagioni di gloria e chiunque faccia tanta strada solo per conoscere la storia del nostro Popolo e di una piccola Squadra come l’Obilić, merita un premio. Sono le maglie dell’ultima stagione, siamo tornati a essere una squadra di settima divisione, un po’ perché è il nostro reale valore, un po’ perché ci hanno spinto a retrocedere per cancellare il ricordo di quegli anni. Cerchiamo di far funzionare tutto, ma è difficile che l’Obilić possa tornare nel calcio che conta, non abbiamo soldi, i calciatori non giocano volentieri da noi e nessuno vuole realmente rivederci nelle Leghe superiori, quindi ogni sforzo è quasi inutile. Sei retrocessioni consecutive e non siamo più riusciti a risalire. Nascondetele e non mostratele a nessuno, non finirebbe bene, tiratele fuori dalla valigia solo in Italia.
Lo ringraziamo per lo splendido regalo e lo seguiamo per le scale. Torniamo al piano superiore, dove avevamo lasciato l’uomo e la donna cui avevamo sottratto momentaneamente il Capo del Servizio d’Ordine della Società di proprietà di Ceca, Svetlana Ražnatović, vedova di Arkan, Presidente del Club e stella di prima grandezza del Turbo-folk, genere della musica Pop nato in Serbia e molto diffuso nell’Est Europa, dov’è davvero di grande popolarità.

Prima di stringerci la mano ci mostra un plastico raffigurante il progetto dello Stadio che avrebbe voluto Arkan per l’Obilić e che non sarà mai realizzato, perché ormai l’Obilić è una squadra fantasma e rimarrà tale, forse per sempre. Salutiamo i suoi colleghi e usciamo, in silenzio, certi di aver vissuto un’esperienza tanto unica quanto difficile da raccontare, cercando di trasmettere la medesima tensione emotiva di quei momenti.

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