LA TREGUA DI NATALE

Bolton Chronicle, 2 Gennaio 1915:

“A very interesting letter has been sent by Mr J.A.Farrell, a Bolton Post Office employee. The letter is sent to the Post Office and reads: ‘…In the afternoon there was a football match played beyond the trenches, right in full view of the enemy’…”

Ho sempre considerato il calcio come una delle più nobili manifestazioni dell’uomo. Lo so che alla fine si riduce a 22 giocatori in pantaloncini che corrono dietro ad una palla, ma ho sempre trovato quella corsa come una rappresentazione della vita: correre per uno scopo. E nel bene e nel male, che ci piaccia o no, il calcio è l’unico vero elemento umano in grado di unirci e dividerci con passione. Il calcio è l’unico strumento in grado di educare un popolo.
Chiunque ripensando alla Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, troverebbe difficile pensare che due eserciti nemici, che poche ore prima si ammazzavano a vicenda con ogni mezzo lecito ed illecito, potessero nel giorno di Natale buttare giù le armi, uscire allo scoperto, liberare il campo dai cadaveri e giocare a calcio. Eppure tutto questo accadde il 25 dicembre 1914. Esistono strane leggende su quello che effettivamente successe quel giorno, tante lettere di ufficiali e semplici soldati che entusiasti raccontano di aver assistito a qualcosa di speciale. Semplici frammenti di un racconto che ancora adesso mantiene delle zone d’ombra che inesorabilmente ne aumentano il fascino.
Probabilmente ci fu più di una partita e probabilmente giocarono solo gli inglesi mentre i tedeschi guardavano ammirati. Quello che sappiamo è che i protagonisti si affrontarono presso la zona belga del fiume Lys più nota come “The Death Trap”, barricati nelle loro trincee a sancire il fallimento del Piano Schlieffen. Un’altra cosa che sappiamo per certo è che questa tregua sfociata in una partita di calcio fu meravigliosamente improvvisata. Nessun ordine dall’alto, anzi dai quartier generali, saputo dell’accaduto, arrivarono rimproveri e severi divieti affinché questo fatto increscioso non si ripetesse. Fraternizzare con il nemico poteva essere considerato tradimento. Un ritornello non nuovo in tempi di guerra.

la partita della pace

Ma com’è nato tutto questo? Insomma, persone che fino al giorno prima si sparavano a vista, maledicendosi, ora si scambiavano oggetti, si divertivano insieme, giocavano insieme. Perché?
Non credo di avere la risposta, ma ci sono piccoli indizi che fanno pensare a come le conseguenze di quella guerra vissuta nelle trincee fossero le cause della sua momentanea fine. Dettagli. La vicinanza tra i due eserciti, innanzitutto. Passare mesi rintanati in una trincea, vivendo in funzione di cosa pensa e fa il nemico, portò i soldati a cercare di parlare con coloro che tentavano di uccidere. Così non di rado si potevano sentire commenti come “mancato!” o “un po’ più a sinistra” dopo gli spari dall’altro lato della barricata. E questo umorismo nero fu il germoglio della tregua di Natale. Poi, fu il destino o chi per lui perché dopo giornate di interminabili piogge il 24 dicembre tutti i soldati si svegliarono con il bianco negli occhi. Quella notte nevicò quasi come se dall’alto avessero voluto coprire il sangue del campo di battaglia e rabbonire gli animi. Svegliandosi quella mattina del 24, gli inglesi videro oltre alla neve qualcos’altro di speciale: i tedeschi stavano accendendo delle candele sui parapetti delle trincee e sugli alberi accanto, e mentre lo facevano cantavano canzoni natalizie. È facile immaginare come tutto questo destabilizzò gli inglesi e portò ad un’escalation verso qualcosa di più importante.
Dalla lettera di un soldato inglese, pubblicata sul Norfolk Chronicle il 1 gennaio 1915:

“Come ti dicevo le nostre trincee sono distanti solo 30-40 yard da quelle dei tedeschi e l’altro giorno è accaduto un eccitante episodio. I nostri compagni hanno urlato tutto il tempo contro i nemici fin quando loro ci hanno risposto e da lì abbiamo iniziato a conversare:
– buongiorno Fritz – nessuna risposta
– buongiorno Fritz – nessuna risposta
– BUONGIORNO FRIIITZZZZ
– buongiorno – dalle trincee tedesche
– come va? – dalle nostre
– tutto bene
– vieni qui Fritz
– No. Se vengo mi spari
– No, non lo farò. Vieni dai.
– No, ho paura
– Vieni e ti daremo delle sigarette, Fritz
– No. Incontriamoci a metà strada
– Va bene

Uno dei nostri allora con le tasche piene di sigarette è uscito dalla trincea e il tedesco dalla sua. Si sono incontrati a metà del campo e si sono stretti la mano. Fritz prese le sigarette e in cambio diede del formaggio”.

Altri uscirono dalle trincee con in mano sigarette, vino e torte da scambiare con coloro che fino a qualche ora prima chiamavano nemico e che ora sembravano esattamente come loro, mandati a combattere una guerra della quale conoscevano solo gli orrori. Si incontrarono lì nel mezzo del campo di battaglia, scansando i corpi dei loro compagni morti. Suggellarono un patto: a Natale nessuno spara. E poi, iniziarono a conoscersi. Alcuni si fecero scrivere il nome e l’indirizzo di chi avevano conosciuto come un souvenir e altri iniziarono a cantare insieme. Cantarono inni, canzoni dei loro battaglioni e canzoni di Natale, come Silent Night.

“We did not fire that day, and everything was so quiet that it seemed like a dream. We took advantage of the quiet day and brought our dead in.”

[soldato J. Reading, lettera alla moglie]

Cantarono per tutta la notte e il giorno dopo come promesso nessuno sparò. La maggior parte erano ragazzi non più grandi di me e così più della paura, fu la curiosità. Si ritrovarono nel campo perché non erano amici, ma nemmeno più nemici, almeno in quel giorno. Così continuarono a fraternizzare e dal niente spuntò un pallone. Si iniziò a fare qualche tiro e passaggio. Uno di loro si mise in porta e poi come se niente fosse, quasi senza che nessuno fosse cosciente di quello che stesse accadendo ci fu la partita. Le cronache (o meglio le lettere dei soldati) riportano notizie contraddittorie. Alcuni dissero che furono i tedeschi a vincere, altri gli inglesi con il punteggio di 3-2. Gli storici dicono che ci fu più di una partita e che più che di partite bisogna parlare di mischie, nessun punteggio, nessun arbitro, nulla che ricordi il calcio in televisione. Giocavano con le loro divise e gli scarponi pieni di fango, senza elmetti e con le mani libere dai fucili. Giocarono per tutto il giorno. Poi, calò la notte e ritornarono al loro ruolo di soldati. Mi piace pensare che qualcuno pianse o semplicemente si abbracciò con un altro preso a caso nella mischia perché tutti sapevano che colui che in quel giorno gli aveva passato la palla, il giorno dopo avrebbe cercato di ucciderlo.
La tregua di Natale non fu un episodio isolato, ma non accadde in tutte le zone di guerra. In alcune aree si continuò a combattere e morire. E alla fine penso che la guerra come il dolore ci schiaccia. Ci spinge contro un muro ed è solo in quel momento che siamo finalmente noi stessi. La paura di morire ci spoglia di tutto e tira fuori la nostra verità. Quando credi di morire allora, solo allora tiri fuori il vero che c’è in te.

Autore

Giuseppe "Mesh" Masciale
Storie di calcio

Bienvenido a Miami (United)

Poco più di un anno dal primo post de La Testata di Z ci ha insegnato una lezione semi definitiva sul mondo del calcio, una sorta di assioma fondamentale che regola il complesso sistema deduttivo della filosofia pallonara: i protagonisti delle storie più belle ed avvincenti, che raccontiamo anche in questo magazine, nascono nelle periferie …

James Rodríguez illustrato da Rafael Mayani
Storie di calcio

IL CALCIO ILLUSTRATO

[stag_intro]Il calcio è sempre sulla bocca di tutti si sa, ma anche nelle sapienti mani di diversi artisti internazionali. Sono sempre di più infatti gli illustratori che decidono di raccontare con le proprie matite “il gioco più bello del mondo”.[/stag_intro] Geometria e pulizia sono alla base del lavoro di Stanley Chow, che stilizza i volti dei …

david luiz sconfitta
Storie di calcio

La Nikefobia, quello che pensi giocando a calcio

“Reality is that which, when you stop believing in it, doesn’t go away.” (P. Dick, How To Build A Universe That Doesn’t Fall Apart Two Days Later, 1978) Spesso, mentre guardo una partita di calcio, di basket o una gara di Formula 1, mi chiedo cosa pensi un atleta nei momenti più importanti della sua performance. …

Storie di calcio

La leggenda di Tittyshev

I’m forever blowing bubbles, Pretty bubbles in the air, They fly so high, nearly reach the sky, Then like my dreams they fade and die. Fortune’s always hiding, I’ve looked everywhere, I’m forever blowing bubbles, Pretty bubbles in the air. United! United! United! Cosa significa tifare? Cosa vuol dire seguire giorno dopo giorno una squadra …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nome *

Your browser is out-of-date!

Update your browser to view this website correctly. Update my browser now