#FC: a Belgrado è subito derby

Dopo un’abbondante colazione, ci mettiamo in marcia verso Belgrado: tranquillo Tom, quando sei stanco ti diamo il cambio alla guida. Dieci metri dopo l’ingresso in autostrada russavano entrambi. Li sveglio quando ormai siamo in dirittura d’arrivo. Eccoci a Novi Beograd, la più grande periferia di Belgrado, dove dovremmo alloggiare per incontrare un amico di Henry. Enrico mi guida, secondo le indicazioni ricevute da Charlie tramite SMS. Arriviamo a un parcheggio circondato da strane pareti in compensato, molto alte, da cui, in pochi istanti dalla nostra sosta, spuntano teste come funghi: siamo finiti in un accampamento ROM. Prima e seconda che neanche Jaques Villeneuve e decido di imboccare la Tangenziale: dormiamo a Belgrado e, casomai, incontreremo l’amico di Henry nei giorni successivi.

Troviamo finalmente un bell’alberghetto in stile Titoista, con ascensore imperiale, stanze con condizionatore e parcheggio, per tutta la durata del soggiorno, incluso nel prezzo. Credo di essermi anche commosso alla notizia. Ci rinfreschiamo e usciamo.
Dopo un’ottima cena tradizionale, scopriamo che, a pochi metri dal nostro alloggio, c’è un bellissimo bar di Tifosi del Partizan, dove la birra costa meno di un Euro. Ci sediamo e ordiniamo.
shadows-partizan

Un gruppo di ragazzi, sentendoci parlare, si rivolge a noi nella solita lingua shakerata tra inglese e italiano che ormai conosciamo alla perfezione. Noi amiamo gli italiani, tutti. Abbiamo tutti circa venticinque anni e se siamo vivi e lo sono i nostri padri lo dobbiamo a voi. Unici Soldati che ci hanno aiutato -uno di loro si commuove- ma odiamo D’Alema. Lui ha permesso agli Americani di avere basi in Italia e di bombardarci. Per voi erano Caccia che decollavano da far vedere ai bambini, per noi erano sirene, bombe, distruzione, morte. Noi vorremmo di nuovo la Jugoslavia, tutti uniti stavamo meglio… poi, un giorno, all’improvviso, i nostri amici del cortile sono diventati nostri nemici e nostri padri hanno cominciato a spararsi.

Una lezione di Storia che ci commuove, soprattutto quando degli anziani, seduti al tavolo di fianco, ci vogliono abbracciare perché: Italiani amici dalla Seconda Guerra Mondiale, voi loro figli, noi volere bene.

Dopo qualche birra e qualche lacrima -ascoltare certe storie ti ribalta le budella, soprattutto quando ti mostrano un palazzo bombardato e mantenuto in quello stato per non dimenticare il male causato dagli Americani-, cominciamo a parlare di Calcio, che per i Serbi non è uno scherzo, sono pur sempre i Brasiliani d’Europa (consiglio, a tal proposito, il libro dell’amico Paolo Carelli: Il Brasile d’Europa. Il calcio nella ex-Jugoslavia, tra utopia e fragilità, edito da Urbone Publishing): non c’è più la passione di un tempo. Certo il Calcio è il Calcio, è Vita, ma non ci ammazziamo più per un Pallone, non dopo quello che abbiamo vissuto. Qualche schiaffo, qualche rissa, ma più per il Quartiere, per il Territorio, le squadre ormai sono tutte della Mafia, non vale più la pena di morire per loro. Un tempo tra Partizan e Crvena zvezda ci si sparava da Gradinata a Gradinata, oggi non più, ci sono altri interessi. Si rischia solo nel quartiere del Rad, la zona militare, se entri e non conosci nessuno è difficile uscirne vivo. Spesso non vanno neanche Delije, Grobari o Alcatraz, è troppo pericoloso. Hanno altri affari ormai, vedi Grobari con Curva Sud, noi non parliamo di questo, ma il gemellaggio non ha una logica calcistica… Non hanno voluto dire di più, purtroppo.

Ci accompagnano fino all’Albergo e ci abbracciano, dandoci appuntamento per le sere a venire. L’indomani, svegli di buonora, girovaghiamo per la Città Bianca in direzione dello Stadio Rajko Mitić, meglio conosciuto come Marakana. L’assonanza con il celebre Tempio del Calcio brasiliano è dovuta alla grande capienza avuta in passato dalla struttura che, prima della ristrutturazione avvenuta nella seconda metà degli anni Novanta, conteneva fino a 100.000 spettatori, 110.000 è il record assoluto: il 23 Aprile 1975 per Stella Rossa-Ferencváros. Ora il Marakana è uno Stadio polifunzionale da 55.538 spettatori, il più grande del Paese. Intorno ci sono campi d’allenamento, la Sede delle squadre delle varie discipline, al suo interno, invece, si trova un bel bar, con tanto di vista sul campo di gioco, e un Museo che contiene fotografie, cimeli e i Trofei della Crvena zvezda. Decidiamo di prendere un Taxi, un po’ per tradizione, un po’ perché il caldo umido, d’estate, è davvero esagerato.

Belgrado, infatti, nasce dalle correnti del Sava e del Danubio che la abbracciano e proteggono. I due imponenti corsi d’acqua s’incontrano proprio nel luogo in cui respira uno dei grandi polmoni della Città, il Kalemegdan, un grande parco al centro del quale si erge la Statua del Vincitore, il vero e proprio simbolo della forza del Popolo Serbo. Singidunum, la fortezza, per gli antichi Romani, la Città Bianca, per i Bizantini, Belgrado, per gli Austriaci e per i Turchi, segna il confine tra Occidente e Oriente, è la Porta che collega l’Europa Centrale al Medioriente.
Città eterna, ricca di vitalità, di storia, trae la propria forza propulsiva dall’incontro delle correnti dei due fiumi che la attraversano e dall’unione inscalfibile delle culture che la dominano e che si emulsionano nel sangue dei suoi orgogliosi e fieri abitanti.
Una Città che nasce da contrasti così forti non poteva che essere una delle Capitali del Calcio e sede del Večiti derbi, il Derby Eterno, tra il Fudbalski klub Crvena zvezda e il Fudbalski klub Partizan.

Se si pensa che ben nove squadre di Belgrado militano in Prima divisione, nove in Seconda, e innumerevoli altre in tutte le leghe inferiori, è facile comprendere che gli intrecci calcistici, nella Città Bianca, siano molto più numerosi di un semplice dualismo che, probabilmente, non è nemmeno il più duro dal punto di vista delle Tifoserie ma che, senza dubbio, è quello che meglio rappresenta la storia della Città, sia per il prestigio dei Titoli messi in campo, sia per ciò che rappresentano per i Serbi queste due squadre di calcio.

La Stella Rossa, infatti, è la squadra del Popolo e rappresenta il forte legame tra la Gente e la Nazione, mentre il Partizan nasce come la squadra dell’Esercito, unico capace di respingere le armate Naziste, simbolo di un Paese che non si piegherà mai a nessuna forza politica straniera.

Una semplice collina separa il Marakana dallo Jugoslovenska Narodna Armija (Esercito Popolare Jugoslavo), i due teatri in cui si svolgono le repliche tra Stella Rossa e Partizan, e solo qualche cordone di polizia separa i Delije (Eroi) dai Grobari (Becchini) mentre sostengono dalle gradinate i propri idoli con qualsiasi mezzo, lecito e illecito.

Loro sono ricchi, comprano tutti, vincono per forza ora, ma non possono comperare la nostra Gloria, noi siamo la Stella Rossa, i più grandi di Jugoslavia. Loro in Europa non vinceranno mai, noi in Europa abbiamo comandato!

Questo è stato il commento di un ragazzo dei Delije -che gestisce il bar e che ci ha accolto al Marakana- quando ha visto l’adesivo del Partizan sul Taxi da cui scendevamo.
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Questa è la sede del più antico Museo dedicato a una squadra di Calcio che sia mai stato realizzato. E’ un vero e proprio luogo di culto per i ragazzi della Crvena zvezda. Così prosegue il ragazzo mentre ci offre una birra rinfrescante. Parla italiano molto bene e così cominciamo a chiacchierare. Appassionati di Calcio come voi e simpatizzanti della Crvena zvezda da Milano: per me è un onore conoscervi. Mi spiace che oggi il Museo sia chiuso, se avete voglia di passare domani chiamo un ragazzo dei nostri (Delije) che parla italiano come me e domani organizziamo una visita allo Stadio e al Museo, solo per voi. Gratis, siete nostri ospiti.

Appuntamento la mattina seguente per visitare il Marakana. Dopo scollineremo, senza dirlo ai Delije, e andremo a visitare anche lo Stadio del Partizan. Quindi sarà la volta del Fudbalski Klub Obilić di Željko Ražnatović, detto Arkan, del Fudbalski Klub Bask fondato a Roma e dell’Omladinski Fudbalski Klub Beograd, che vedremo alle prese contro il Fudbalski Klub Donji Srem per la Superliga.

Autore

Tommaso Lavizzari
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