QUESTIONE DI CELLULE

Andare allo stadio per assistere ad una partita della squadra per la quale si simpatizza comporta una serie di accorgimenti, salvo essere un abbonato, che piova o tiri vento è lì al suo posto da bravo soldatino. Che la squadra ottenga uno dei tre risultati possibili inciderà sul suo umore per un certo numero di ore, per giorni in alcuni casi.
Domenica 20 novembre dell’anno 2016 lo stadio di San Siro ha ospitato Inter e Milan per la rituale sfida stracittadina. Chi ha vinto? Nessuno, però un pareggio ottenuto negli ultimi secondi da una delle due squadre milanesi, in questo caso l’Inter, era del tutto degno di  un thriller di qualità, come se una regia occulta avesse manipolato la partita fino ad ottenere il massimo possibile in quella circostanza. Era il tempismo della storia, la puntuale intromissione del destino. Chi avrebbe potuto immaginare una tale conclusione? Il 2-2 è uno splendido risultato in un derby, un risultato che dimostra come le due compagini se le siano date di santa ragione, ma non è così. Il risultato è stato questo e resterà negli annali, chissà che bello esserci stati diranno i nostri nipoti, magari il tempo gonfierà ogni gesto e chi c’era potrà dire “io c’ero” gonfiando il petto. Legittimo e conveniente. Ma  cosa in realtà colpisce di questo risultato, di questa partita? Niente, davvero niente, perchè se di una partita ricordiamo il risultato e forse i marcatori che altro resta?

A mio giudizio ciò che resta ed è il massimo ottenibile è la consapevolezza che malgrado il terrorismo giornalistico Milano ha offerto ancora una volta la prova che la sua gente ha raggiunto un grado di civiltà superiore alle stime convenzionali che in clima di elezioni avvelenano il Paese.

Pensate, le due squadre antagoniste per antonomasia, protagoniste per decenni in campo internazionale, titolari di un numero di trofei che sommati non hanno uguali, scendono in campo, giocano come sanno e come possono e non succede nulla, nemmeno uno spintone, l’accenno di una rissa, niente. Ecco, questo, con un po’ di retorica, è il risultato migliore. Non è difficile confrontarsi con altre realtà, società come la Roma, il Genoa, l’Atalanta, il Napoli (ma ce ne sono altre) sono con una certa frequenza al centro di turbolenze da tifo, contrario o a favore.
La stessa Juventus, fuori dal suo feudo, a Siviglia, deve sottostare alla furia dei tifosi locali, ma anche dei suoi. Coltellate ed altre amenità.

D’altro canto chi tifa Juventus è in linea generale un massimalista che non immagina altro risultato che quello a favore della sua squadra. Un transfert collettivo del quale riparleremo. Per le milanesi la vittoria è la conseguenza di un’applicazione, di un’attitudine alla lotta.

Chi vive a Milano ama questa città, anche se è arrivato il giorno prima, si adegua ai suoi ritmi, accetta questo e quello, senza perdere le sue radici. Sa che non è la squadra di calcio l’emblema della città, semmai una sua componente, la ama come ama le sue strade, il suo traffico, meno convulso che altrove, le sue movide, la pioggia e il vento, lo struscio in centro, che è davvero un luogo travolgente.
Milan e Inter con il loro derby incruento ma suggestivo mostrano nei volti dei loro campioni qualcosa che se si smarrisse sarebbe la fine. Osservare i volti di Bonaventura, Di Sciglio, Romagnoli, Joao Mario, Handanovich, Candreva, è rassicurante, essi rispecchiano quella forza pacata, legittima che rende la città e le sue due squadre di rappresentanza un modello di comportamento, non la perfezione, ci mancherebbe, ma di certo esse stanno lì a dimostrare che si può vivere il tifo senza bava alla bocca.
Sia L’Inter che il Milan stanno vivendo un momento della loro storia tra i più depressi, non vincono nulla da anni e le ragioni sono mille, non tutte giustificabili ma così è. Una contemporaneità che non può essere casuale, della quale tutti abbiamo un’opinione. Ora proviamo a pensare cosa potrebbe accadere in altri luoghi, altre città, anche non italiane, se le squadre che le rappresentano vivessero una crisi di tale portata.
I sostenitori delle due milanesi di certo si interrogano, hanno legittime perplessità, soffrono, perchè no, ma poi devono pensare ad altre cose, il lavoro, la famiglia, la salute, opzioni paritetiche che nulla hanno a che fare con la frustrazione di chi rivolge la sua attenzione al calcio non avendo altro. In tal caso sono dolori.

Troppe vittorie e troppe sconfitte hanno lo stesso volto, esaltano e deprimono valori inesistenti, gonfiati da una certa stampa, diciamo così.

Poi possiamo prendere in esame ogni singolo episodio, divertendoci, come hanno fatto gli interisti, che hanno sottolineato come la loro squadra abbia portato a termine qualcosa come 21 azioni offensive, abbiano avuto un dominio territoriale assoluto ed il famoso possesso palla in una percentuale quasi doppia rispetto al Milan. Ineccepibile, ma il Milan stava vincendo fino a pochi secondi dalla fine ed è un fatto. Bello che non sia accaduto nulla di sgradevole, ma quel Bonaventura, tutto sommato un po’ sottovalutato, teniamocelo stretto, è sagace, combattivo e quanto al suo bagaglio tecnico ha commesso un errore davvero marchiano: è nato in Italia, fosse nato altrove parleremmo di un campione sommo, da invidiare al paese che gli ha dato i natali. Speriamo che nascano presto altri stranieri in patria, altri incompresi che messi insieme si farebbero comprendere benissimo, perchè è ora di smettere di intravedere del buio in fondo alla caverna…

Autore

Adriano de Carlo
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