Annibale Frossi, gli occhiali che giocavano a calcio

[stag_intro]La fronte alta, lo spazio imponente tra i capelli, rigorosamente schiacciati, resi piatti dalla moda di Rodolfo Valentino e Fred Astaire. Il sorriso, appena abbozzato in alcune foto, smagliante in altre, onesto e reso ancora più pulito da quegli occhiali tondi che lo rendevano un fumetto e, a pensarci bene, persino l’incarnazione di una sua convinzione, ovvero che lo “0-0 è il risultato perfetto”. Quel tipo di montatura era la perfetta riproduzione grafica di quella deduzione. Non a caso per definire uno 0-0 viene usata ancora la formula: “occhiali”.[/stag_intro]


Il nome di Annibale Frossi lo trovai per la prima volta in un magnifico libro dedicato all’Inter, intitolato 3000 gol. Il nome era meno importante dell’aspetto di quel ragazzo, arrivato a indossare il nerazzurro a 25 anni, nel 1936. La foto che ritraeva Frossi era stupefacente, se si pensa che mostrava il volto di un giovane il quale, oltre ad avere l’aspetto dello studioso, ancora prima dello sportivo, esaltava questa immagine grazie agli occhiali tondi che indossava, rivelandone il futuro dietro ad una macchina da scrivere nel ruolo di apprezzato giornalista. Costretto fin da piccolo a indossarli per far fronte a una forte miopia, quegli occhiali lo hanno reso distinguibile e indimenticabile. 

Nato a Muzzana del Trugnano Frossi era un ala destra che, nonostante il tocco di palla non eccelso, aveva nel sangue un tipo di calcio estremamente moderno, fatto di inserimenti e di opportunismo sotto porta. Un ala destra (oggi esterno alto) capace di leggere le azioni e in grado di sfruttare lucidamente le occasioni che gli capitavano grazie ad una velocità superiore alla media. Friulano di nascita, Frossi inizia la sua carriera nell’Udinese dove contribuisce alla promozione in B, per poi passare al Padova, trascinandolo in serie A. Il servizio di leva lo porta in meridione, per questo Frossi accetta di giocare tra il 1933 e il 34 a Bari, salvo poi tornare a Padova l’anno dopo.

L’anno seguente lo troviamo caporal maggiore di fanteria, a bordo della nave Saturnia, pronto a dirigersi verso il conflitto in Etiopia. Il 12 settembre arriva un dispaccio e viene chiamato a sbarcare per ordine del gerarca fascista Adelchi Serena, il quale ha progetti ambiziosi e vuole portare la città in cui è nato, L’Aquila, in serie A, reclamando il giocatore nella squadra di cui è presidente, come punto di forza. Frossi resta sbigottito dalla stranezza dell’ordine e dalla contemporanea notizia che invece del fronte lo aspetterà un campo di calcio. Il 15 settembre il ragazzo è più che felice di trovarsi di fronte ad un pubblico aquilano entusiasta e, sulla scia del momento, realizza anche uno dei tre gol con i quali la squadra abruzzese la spunta sul Pisa per 3-2. La stagione non andrà come Serena auspicava, la squadra è forte ma non abbastanza per arrivare nelle prime posizioni e salire di categoria. Frossi gioca comunque tutte le 34 gare e realizza nove reti. A fine stagione il deludente ottavo posto e soprattutto i problemi di bilancio, inducono la società aquilana a lasciarlo andare altrove. Frossi sembra diretto in Toscana dopo un provino con la Lucchese, ma irrompe improvvisamente l’Inter, (denominata all’epoca Ambrosiana Inter dopo la fusione con US Milanese imposta dal regime fascista, contro la volontà della dirigenza nerazzurra ). La cifra che paga l’Internazionale è di 50.000 lire. Nello stesso periodo Vittorio Pozzo, commissario tecnico di una Nazionale campione del mondo si appresta a disputare anche le Olimpiadi del 1936 a Berlino, priva dei suoi campioni più affermati. Il regolamento impone la presenza di soli studenti od universitari perciò Pozzo è costretto cercare, scovare e schierare dei giocatori pescati nelle serie minori che, secondo la stampa dell’epoca, non hanno alcuna possibilità di arrivare al podio.

Annibale Frossi è in stato di grazia, esaltato dal trasferimento in serie A, in una grande squadra,  convocato in Nazionale, seppur alternativa, approfitta di quella occasione per trascinare letteralmente gli azzurri ad un livello persino epico. Le gare sono subito ad eliminazione diretta e il primo avversario sono gli Stati Uniti. L’Italia manovra e gioca un calcio interessante ma leggero, il primo tempo si chiude 0-0 ma nel secondo, precisamente al 13°, Frossi approfitta dell’indecisione della difesa americana e sigla il gol decisivo. Si va ai quarti dove troviamo il Giappone, dominato con un rotondo 8-0. E’ Frossi ancora mattatore a siglare tre degli otto gol, il più importante in apertura di gara al 14°, che mette la gara in discesa. Il passaggio in semifinale arriva contro i sorprendenti norvegesi i quali, ai quarti di finale, hanno clamorosamente fatto fuori la Germania padrona di casa, innervosendo parecchio l’ambiente e candidandosi ad essere, insieme all’Austria, la vera pretendente all’oro olimpico.

La Norvegia parte bene ma l’Italia tiene bene il campo fino e trovare il gol già al quarto d’ora con Negro. I norvegesi pareggiano nella ripresa e la gara va ai supplementari. Sarà Frossi a segnare il gol decisivo che lui stesso descrive così:

La partita sembrava ancorata sul pareggio; ricordo che avevo paura che i norvegesi riuscissero a passare, ed infatti, erano loro all’attacco, quando la palla arrivò a Venturini, il nostro portiere. Che non perse un attimo di tempo, rinviò lungo sulla sinistra, dove era Negro. Si sviluppò una classica azione di contropiede, in quanto Negro controllò il pallone e quindi si gettò in fuga sulla sua fascia, calamitando così l’attenzione di tutti i difensori avversari. Vidi Bertoni che stringeva verso il centro ed allora anch’io strinsi, pensando che Negro avrebbe potuto, invece di concludere personalmente, effettuare un traversone. Il mediano avversario era stato risucchiato in avanti dal precedente attacco dei suoi, sicché avevo una discreta libertà di movimento, anche se un difensore correva quasi accanto a me, spostandosi però verso Bertoni. Partì un bel traversone dal piede di Negro e Bertoni eseguì una magnifica finta, sicché gli avversari, già sorpresi visto che al posto del cross si aspettavano una conclusione in porta, si trovarono sbilanciati. Vidi il pallone e ricordo che pensai che dovevo tirare forte e rasoterra. L’appuntamento piede-pallone fu fortunatamente perfetto: colpii il cuoio di esterno destro, un attimo dopo la palla era in rete. Che gol! Il gol della vittoria, Venni sommerso dall’abbraccio dei miei compagni, sentii l’urlo di Pozzo, vidi le bandiere tricolori agitarsi in tribuna: erano i nostri tifosi. Fu un momento memorabile, indimenticabile, che annovero tra i più belli della mia vita sportiva.

Mai quanto, viene da dire, la finale con l’Austria, se possibile ancora più forte. Davanti a 90.000 spettatori l’Italia schierata col classico WM da vita ad una partita equilibrata che culmina in un finale quasi beffardo. Frossi infatti segna ancora a venti minuti dal 90° e la partita sembra nostra, invece subiamo il gol del pari al 79° e si va di nuovo ai supplementari. Passano due minuti e, da buon antenato di paolo Rossi nel 1982, è ancora una volta Annibale Frossi a mettere il punto esclamativo sulla finale regalando il gol della vittoria agli azzurri.

Il ritorno in Italia è trionfale e a Milano con l’Inter trova altre grandi soddisfazioni. La più importante delle quali è la famiglia che mette su proprio grazie all’incontro con Maria Teresa. E’ una ragazza intelligente, colta e raffinata, due lauree abbinate ad una femminilità che conquista e travolge Annibale. Frossi trova con lei una sintonia che rende la vicenda persino travolgente. Lui infatti le chiede la mano dopo soli tre giorni e lei rimane turbata, oltre che sorpresa. Felice ma anche preoccupata, al punto da andare a chiedere informazioni ad un prete sulle credenziali di Frossi.Maria Teresa ottiene ampie rassicurazioni e nel 1938 i due si sposano. La carriera di Frossi prosegue e avvengono altri fatti clamorosi.

Quella foto che vidi la prima volta negli anni 70, il volto di quel ragazzo che mi aveva colpito quando ero bambino, ha ancora tante storie da raccontare.

Autore

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1 commento su “Annibale Frossi, gli occhiali che giocavano a calcio

  1. Emanuele Zambetta

    “l’Italia schierata col classico WM”?!… Ma quando mai! Pozzo ricorreva al modulo WW (2-3-2-3). Tale schema fu utilizzato anche nella finale olimpica.

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