VOLVERA’ MESSI

Il genere drammatico costituisce, da sempre, uno dei capisaldi sui quali si fonda buona parte delle arti. La pittura di Caravaggio ci ha restituito capolavori di incredibile bellezza, Omero e tutta la Grecia antica prima, e quella romana poi, hanno trovato la propria fortuna con il racconto di tragedie epiche divenute, col tempo, lascito per i posteri.

Come nelle più variopinte “sceneggiate” elleniche, quella che si è consumata al Metlife Stadium di New York lo scorso 27 giugno ha il sapore della beffa più atroce, quella di Cesare fatto fuori (anche) dal figlio. E tanto più è forte il legame tra le due parti in gioco, tanto più amara, difficile e tragica sarà la sconfitta. Il dolore, quando è forte, ha la meglio sulla psiche. E se non trovi la cura giusta, l’elemento adatto a lenire quel dolore, diventa imperituro, eterno, e parte di te stesso.

Ha deciso, Lionel Messi. Ha deciso che non indosserà più la maglia della Seleccion, che non difenderà più i colori dell’Albiceleste, che quel dolore, quell’amarezza, è troppo forte per poter continuare a giocare per il proprio paese. Gettando così ancor di più gli argentini in quel misto di paura, rabbia e terrore che in qualche modo è anche il filo conduttore della propria storia, non soltanto calcistica, ma di una nazione abituata a crollare e a rialzarsi, diventare ogni volta più forte di prima ed inevitabilmente più debole di quella dopo, di quella che verrà.

Ne ha perse quattro, di finali, tre di seguito, e quando un vincente come lui si trova a dover fronteggiare troppe sconfitte diventa istintivo e logico pensare che forse “no es para mi”, che ci puoi riprovare anche un miliardo di volte senza riuscirci. Sarà quel suo essere predestinato, sarà quella cavolo di numero 10 appiccicata alle spalle che quando sei argentino devi per forza essere “quello là”, quello che ha provato a farti vincere da allenatore, che ti ha accusato di non essere un leader e difeso perché ti devono lasciar stare, perché è da quando hai compiuto 11 anni che qualcuno, tanti, tutti si aspettano da te l’ennesima magia, la perla che fa saltare lo stadio e gridare il tuo nome all’infinito, come una litania sacra che non ha fine. Anche stavolta voleva fare la differenza, anche stavolta doveva essere lui quello che trascinava la sua squadra alla vittoria. E fino a quel rigore c’era riuscito, giocando il suo solito calcio di prestigio e palle pettinate, giocate concrete ed illuminazioni geniali. Ma poi, come ogni maledetta finale, l’ultima giocata non viene mai, l’ultima ciambella resta lì, senza il suo buco che significa successo, vittoria, gloria. Ci ha provato in tutti i modi, Leo, ma ripensando a quell’episodio appena un attimo dopo il fischio finale, inchinato e cupo sulle propria ginocchia all’interno dello spogliatoio, ha capito che forse è il destino che lo vuole così, vincente al Barça e nemo propheta in patria.

“Lo he pensado en el vestuario, ya está, se terminó para mí la selección. Son cuatro finales, no es para mí. Lamentablemente, lo busqué, era lo que más deseaba. No se me dio, pero creo que ya está”

Già, creo. Perché forse non ne è convinto fino in fondo. Perché, forse, i grandi sono destinati a lasciare soltanto quando anche l’ultima speranza, che spesso è l’ultima a morire, ti abbandona prima del tempo. Quando non ci sono altre possibilità di successo. Perché, forse, i grandi sono destinati ad essere tali solo e soltanto se paragonati ad altri, ché come pensano i tifosi argentini, “Maradona non ci avrebbe mai abbandonato”.

Quel creo pronunciato in un momento di immane sconforto da Messi, nasconde forse qualcosa di più sottile, di romantico, che sa quasi di sapiente architettura. Gli argentini custodiscono gelosamente, e basano buona parte della cultura immanente del popolo albiceleste, il concetto di volver, retaggio inevitabile della cultura spagnola che colonizzò tanta parte di quel mondo.

Già, Volver. Perché se per Eraclito è accertata l’idea che tutto scorre, che nulla si distrugge ma bensì si trasforma, per gli argentini tutto, prima o poi, tornerà. Tornerà ad essere come prima, come all’origine, all’inizio di qualunque storia. Il destino, in fondo, quando comincia a tratteggiare i suoi disegni non li lascia quasi mai incompleti. Magari si prende un po’ più di tempo per riflettere, capire, immaginare. Come tutti i designer, gli inventori e gli uomini di pensiero creativo. Ma poi, inevitabilmente, quel disegno si chiude, e tutto si compie.

E allora, io voglio crederci. No te vayas, Lio, implorano da settimane i tifosi della Seleccion. O meglio, Volverà, Messi, perché il suo talento, la sua meravigliosa capacità di giocare al calcio, non possono rimanere confinati nel dorato esilio catalano. Volverà, Leo, con la maglia della sua amata Argentina. Volverà “come se vuelve siempre al amor, como un destino del corazon”, cantava Astor Piazzolla in uno dei tanghi più belli, sognatori e romantici della storia della musica argentina. Volverà, perché quel grande genio che chiamiamo destino avrà pensato ad un finale sorprendente, ad una conclusione degna di tutto il racconto del Messi calciatore, straordinario, elettrizzante, impetuoso.

Volverà, Leo Messi. Volverà para ganar. E non sarà più storia. Sarà già leggenda.

Leo Messi con la maglia dell'Argentina, splendidamente ritratto da Jacopo "Fatomale" Oliveri
Leo Messi con la maglia dell’Argentina, splendidamente ritratto da Fatomale

Autore

Alessandro "Pocho" Vitiello
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