Essere Ryan Giggs

Io ho 29 anni. In 29 anni ho studiato, mi sono laureato e ho trovato un lavoro. A 29 anni come la quasi totalità dei miei simili sono la canticchiante e danzante merda del mondo. Banale. Nulla di eroico o stravagante. Nulla di straordinario, nulla che possa passare alla storia. Quando sono nato era il 1987. L’URSS dominava ancora la parte destra dell’Europa, i social non esistevano e c’erano solamente due modi per comunicare con gli altri: il telefono di casa e la cabina giù in strada. Nessuno sapeva cosa fossero i SUV, nessun’auto aveva gli airbag né il parking control. L’Inter aveva ancora un presidente italiano e la serie A era ancora il campionato più bello del mondo. Nello stesso anno in cui io nascevo, Ryan Giggs entrava nelle giovanili del Manchester United. Due anni di giovanili e poi, nel 1990 l’esordio da professionista con i Red Devils. Da allora sono passati 29 anni. Si potrebbe scrivere un epitaffio:

Ryan Giggs
29 novembre 1987 – 2 luglio 2016
RIP

Ryan Giggs
Ryan Giggs

Quando penso a Ryan Giggs penso ad un rubino perfetto su una collana di rubini perfetti. La parte ideale di un tutto ideale. Credo che questa sia l’essenza del giuoco del calcio: il talento al servizio degli altri. Per tutti gli anni ’90 Giggs è stato l’ala sinistra della squadra più forte d’Europa. Un ingranaggio perfetto in cui ogni elemento era complementare all’altro, senza sbavature. In un’Inter – ManUtd mi ricordo che i giocatori di Ferguson si muovevano come se fossero delle marionette, all’unisono. Un 4-4-2 di pupi guidati da un deus ex machina che ne manovrava ogni singolo movimento e, mi verrebbe da dire, anche pensiero. Pensando a quella squadra e a quel ragazzo di Cardiff con lo sguardo sempre troppo serio, il collegamento con Quella sporca dozzina è immediato. Il maggiore John Reisman è Ferguson e Giggs è il duro, laconico e mai corrivo Charles Bronson, il preferito del maggiore, e il più rispettato tra quell’accozzaglia di galeotti.

Di quell’accozzaglia di galeotti che sono i Red Devils, il ragazzo di Cardiff è diventato il simbolo. Non come un trofeo da mostrare solo nelle occasioni di gala, ma qualcosa di ancora più speciale che va oltre le vittorie ed i bei gol. È un racconto, un bel racconto che i mancuniani si passano di bocca in bocca in un uno di quei fumosi e scuri pub inglesi tra una pinta di birra e uno short di whisky sour. Una di quelle storie che inizia sempre con un “Ti ricordi quando …” e finisce con una smorfia che somiglia ad un sorriso. Alla fine ci accontentiamo di poco noi tifosi, ci basta questo. Più lo racconti, più l’ascolti e più ti rendi subito conto che è tutto qui il senso del calcio. Questo è il suo Sondergut.

Ryan Giggs è stato eletto dai tifosi del Manchester United come il miglior giocatore di sempre della squadra, superando nomi come Best e Charlton. È strano, soprattutto in questi giorni, in cui Cantona si proclama il “Re di Manchester” e Ibra ne vuole diventare il “dio”, pensare a Giggs come il più amato di tutti tempi. Ma forse no, forse è giusto così. Mai una parola scomposta (è stato espulso solo una volta in tutta la sua carriera!), mai telenovele infinite sui ritocchi d’ingaggio, mai “mal di pancia” di nessun genere. È il giocatore che ogni tifoso vorrebbe avere in squadra.  Pare un santo. Anche il suo discorso di addio non mostra nessun sentimento umano come la gioia o l’amarezza. È serafico proprio come un beato.

Un santo però, non lo è mai nessuno. E così questa sua testarda, cieca fedeltà in campo crolla nella vita privata. Tradendo la moglie con sua cognata (quasi fosse stata un’apostasia di tutto quello che era stato e di tutto quello in cui credeva), sembrava aver compromesso tutta la sua reputazione. Un crollo drammatico perché gli uomini non sono disposti a perdonare facilmente, anche se facilmente dimenticano. Eppure con Giggs questo non è successo. È come se lui fosse immune da qualsiasi critica, come se lui alla fine non fosse nemmeno umano. È rimasto lì imperturbabile dall’alto della sua santità. E anche il 2 luglio, quando ufficialmente è andato via dal ManUtd me lo sono immaginato mentre salutava con totale nonchalance tutti i membri dello staff. Me lo vedo così con il suo sguardo simil pazzo da spirito eletto a dire semplicemente con le mani congiunte: “Ave atque vale“ (Salute e addio).

Autore

Giuseppe "Mesh" Masciale
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