Bloomer, il pioniere del football

Steve Bloomer’s Watchin’,
Helping them fight,
Guiding our heroes,
In the black and the white.
All teams who come here,
There’s nowhere to hide,
Everyone is frightened,
Of that Derby pride.


Immaginate per un momento di essere nati a Cradley, piccolo borgo inglese ambientato nella contea del Worcestershire, che ha dato i natali a quella che di lì a pochi anni sarebbe divenuta una delle salse più famose e consumate dell’intero pianeta. Immaginate di crescere in quei luoghi in piena età vittoriana, epoca in cui the wind of change sferzava più forte che mai, con vista panoramica sulle accecanti speranze di un nuovo secolo tutto da scoprire. Immaginate la vostra adolescenza come un interminabile vortice di giornate passate a giocare a baseball e a cricket (ancora non lo sapete, ma ben presto sarete giovani campioni in entrambi gli sport). E poi immaginate, all’improvviso, di incontrare qualcosa che cambierà la vostra giovane vita nell’Inghilterra di fine ‘800. Quel qualcosa è uno sport nuovo, chiamato football, e non si sa ancora così bene cosa sia ma piace, e fa innamorare, e comincia a diffondersi con una virulenza che investirà il globo in poco tempo, dall’Argentina all’Ungheria, e sarà il diletto di intere generazioni. Di quello sport, peraltro, diventerete uno dei più leggendari pionieri. Ma ancora non lo sapete.

Quella che state immaginando è la vita di uno dei primi grandi attaccanti della storia del calcio inglese. Quella che state immaginando è la vita di Stephen Bloomer.

È il 20 Gennaio del 1874 quando Caleb, tipico blacksmith (ovvero fabbro) della classe operaia inglese, e la sua consorte Merab Dunn diventano genitori, vedendo venire alla luce il loro primogenito. Ne verranno altri cinque, nel corso della loro vita, ma il primo figlio ti dà sempre l’emozione più forte, datore di un lavoro faticosissimo che ti assume come padre e madre di una creatura. Già deciso il nome, si chiamerà Stephen, che poi diventerà Steve, e sarà leggenda.

Cinque anni dopo, la famiglia Bloomer decide di trasferirsi a Litchurch, minuscolo puntino sulla mappa che dà verso il Derbyshire. Per cercare maggior fortuna, come facevano più o meno tutti a quell’epoca. Non sapevano che la loro, Caleb e Merab, l’avevano molto più vicina di quanto pensassero.

Dopo un periodo passato ad apprendere il mestiere del padre, che gli tornerà utile perché gli consente di forgiare non soltanto prodotti in ferro ma anche una forza micidiale e carismatica, Steve comincia ad avvicinarsi al pallone; è il 1887, a Derby si gioca una partita Under 15 tra il St. Luke’s ed il St. Chad’s Choir che schiera, nel ruolo di attaccante, il tredicenne Bloomer. Quella partita finirà con un risultato imbarazzante per il Choir, che ne prende quattordici, ma il suo giovane talento non lascia indifferenti coloro che quella partita si trovarono a guardarla. Infatti l’anno seguente si rivela ricco di cambiamenti, con il primo lavoro da adulto (in fabbrica, che domande) e la possibilità di giocare nel St. James, che in quella stagione disputa la Derbyshire Minor Football League. L’anno è quello giusto per sfondare; Steve ne segna quattordici in una sola partita, il suo nome comincia a circolare tra tifosi e dirigenti, quei 173 centimetri di pura forza fisica lo rendono oggetto del desiderio di tante squadre. Ma al destino, a volte, serve una presenza fisica per potersi materializzare in tutta la sua capacità di cambiare il corso delle cose. E, per Steve, il destino sceglie di manifestarsi in Mr. John Goodall. E dici niente. Già, perché questo signore è, nel 1888, l’attaccante più forte in circolazione in tutto l’impero britannico. Ed anche oltre. Questo incontro cambierà per sempre la linea del tempo del calcio inglese: Goodall prende Steve sotto la sua ala, lo coccola e lo istruisce, un po’ bastone ed un po’ carota per dargli l’illuminazione giusta, per avviarlo verso il Derby Midland, nel 1891, che poi diventerà il Derby County, e darà vita ad un’altra leggenda. Lo stesso Bloomer, tempo dopo, ricorderà come “John ha riposto grande interesse nei miei confronti sin dalla mia infanzia. Mi ha allenato, mi ha protetto nel Derby, ha giocato con me e non ha mai fallito nel darmi consigli”. Cronache del tempo raccontano di una straordinaria abilità nel gioco di prima, quasi sempre ad un tocco. Affinerà poi la sua miglior dote, il tiro. Non importa se destro o sinistro, riesce a calciare con forza e precisione in qualsiasi modo, ma diventa famoso soprattutto per quello che gli inglesi definiscono daisy cutter, quel calcio forte che si alza a lambire appena il terreno di gioco. Un po’ come la nostra vecchia staffilata, concetto ormai caduto quasi in disuso tanto nella teoria quanto nella pratica, se non fosse per qualche saltuaria apparizione qua e là, come quelle che di tanto in tanto Francesco Totti ha tirato fuori nel corso della sua meravigliosa carriera. Molto prima dell’epopea di Brian Clough, sarà Bloomer la penna delle prime, straordinarie pagine di storia del County; 102 anni dopo la sua ultima partita in carriera, è ancora lui il miglior cannoniere della storia dei The Rams. E, vista la concorrenza succeduta negli anni, non è difficile pensare che passeranno ancora decenni, prima che il suo record venga battuto. Ammesso che qualcuno ci riesca.

È devastante Steve, fin troppo per il calcio della sua epoca, e non dovrà attendere molto prima di ricevere la call up per la nazionale dei Tre Leoni. Il debutto ufficiale porta la data del 3 Marzo 1895, si gioca contro i “cugini” irlandesi. Neanche la maglia del proprio paese scalfisce il suo antico animo da blacksmith: ne segna due, il risultato finale sarà 9-0 per Her Majesty. Iscrive il suo nome sul tabellino anche nelle successive nove apparizioni; 19 reti nelle prime 10 caps, record ancora vivo. In totale saranno 23 le volte in cui scenderà in campo difendendo i colori e l’onore del proprio paese, e 28 le sue marcature.

Già, l’onore dell’Inghilterra. Fu proprio lui a salvarla dalla gogna nella primavera del 1901, in un “derby” contro i vicini scozzesi. Di quella partita ci resta ben poco, ma quello che è arrivato sino a noi racconta di una sfida ai limiti del drammatico e poco distante dal teatrale. Jimmy Catton è da sempre annoverato tra i migliori giornalisti sportivi dell’epoca vittoriana, noto ai suoi lettori anche con il nickname “Tityrus”; alto solo 140 centimetri, non giocò mai a calcio, eppure riusciva a raccontarlo come pochi altri in quegli anni. Di quell’Inghilterra – Scozia scrisse che “era una giornata umida, con un campo pesante, ed il pallone ancor di più. A dieci minuti dalla fine la Scozia conduceva 2-1, ed avevo ormai dato la partita per persa. La battaglia volgeva al termine quando lasciai il mio seggiolino nella zona stampa e mi fermai nei pressi di una grass bank (una sorta di sponda in erba, ricordate i campi di Holly e Benji?, ndr), in modo da andar via velocemente al fischio finale. Bloomer ottenne la palla, ed intravide una possibilità. Ricorse alle ultime riserve di energia, si aprì un varco nel fango e spinse il pallone in rete. Disse che quello fu il lavoro più duro mai fatto, e non si sentì mai così stanco come alla fine di quella partita. L’onore dell’Inghilterra era salvo”.

Nonostante la passione reciproca tra lui ed il Derby, nel marzo del 1906 Steve compie una scelta importante: lasciare il County, a cui non è riuscito a regalare la FA Cup pur avendo disputato tre volte la finale della manifestazione. “Passo al Middlesbrough, forse ho più chance di ampliare la bacheca”, si sarà detto. 750 pound e via verso lo Yorkshire. Ci rimane quattro anni, e di diritto entrerà anche nella leggenda del Boro: 125 caps, 61 gol. Piccola nota a margine: quattro di quelle reti le segnò contro il Woolwich, che qualche tempo dopo diventerà definitivamente l’Arsenal.

Ma nel calcio, come spesso accade nella vita, i primi amori sono sempre quelli indimenticabili. Lasciano una traccia profonda nell’anima, che nel tempo si trasforma nell’inevitabile nostalgia della giovinezza. La stessa che convincerà Bloomer a tornare al Derby nelle ultime stagioni della sua carriera. Altre 98 presenze, altri 53 gol. Aiuterà i Rams a tornare nella massima serie del calcio inglese, prima di chiudere con il professionismo in un freddo giorno di fine Gennaio. Esattamente il 31. L’anno, grigio come quel sabato, è il 1914.

Grigio con moto andante verso il nero più cupo, presagio di sangue e morte. Sull’Europa, infatti, già da qualche tempo spirano venti di guerra, di cui pochi immaginano la portata mondiale, e si abbatterà con un violenza mai percepita e vissuta dall’umanità nell’estate di quello stesso anno. La questione balcanica viveva in quei mesi la sua crisi più profonda, e l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo fu la goccia che fece traboccare un vaso che gorgogliava rabbia e urlava guerra. Non molto distante da quel palcoscenico, il nostro Steve allenava la Britannia Berlin 92, che oggi si chiama Berliner SV 1892 ma che all’epoca riuniva i cittadini inglesi emigrati a Berlino. È il Luglio del 1914, il conflitto imperversa da circa tre settimane, quando Steve viene arrestato ed internato a Ruhleben, campo di detenzione civile nel distretto di Spandau. Eppure, anche in quella spirale di terrore e sangue riesce a tenere viva la fiamma del calcio, quel fuoco che lo aveva animato sin da ragazzo portandolo a giocare oltre i 40 anni, che per l’epoca era già di per sé qualcosa di eccezionalmente straordinario. Anche in quel campo, che da calcio non è, compie uno dei suoi prodigiosi capolavori. Forse il più bello. Anzi, sicuramente il più bello, date le circostanze in cui viene alla luce.

A Ruhleben Bloomer non è il solo calciatore ad essere rinchiuso. Con lui ci sono altri nomi eccellenti come Fred Pentland, con cui ha condiviso l’esperienza al Middlesbrough, Fred Spiksley e Sam Wolstenholme, compagni con la maglia dei tre leoni. Le giornate sono eternamente lunghe, si sarà ripetuto più volte Steve, ed il fuoco del pallone non si era di certo spento entro quei confini. “Dai Fred, forza Sam, proviamo a giocare a calcio anche qui, proviamo a portare il nostro mondo anche qui, dove un mondo non c’è”, avrà urlato ai suoi colleghi di scarpini.

Con loro fonda la Ruhleben Football Association, che disputerà diversi campionati e coppe coinvolgendo i prigionieri di un campo che ne ospitava tra i 4000 ed i 5500. L’entusiasmo intorno a quell’idea è enorme, straripante, e porta quasi mille persone allo “stadio” ad ogni partita, in cui si sfidano un Tottenham Hotspur XI ed un Oldham Athletic XI, e ci sarà una “nazionale” inglese contro il Resto di quel mondo. Ma quel desiderio, quell’istinto quasi primordiale di ricreare il quotidiano nel non quotidiano, trascinerà Steve e la sua combriccola all’esportazione dello sport britannico per eccellenza. In Germania, in quel campo, si comincia a giocare a cricket, ma è comunque troppo forte per i suoi avversari, fa registrare perfino il record di battute. D’altronde, gli altri prigionieri probabilmente non avevano neanche la minima idea di cosa significasse quel gioco (e magari non avevano neanche un grande interesse nella cosa). E allora proviamo con qualcos’altro. Delle Olimpiadi, per esempio. Ma il suo fisico regge ancora alla perfezione, nonostante gli anni sulle spalle siano 42 ed oltre; domina, per esempio, la Old Age Handicap, i 68 metri di corsa per vecchietti, sprintando in 9.6 secondi. Le mura, quelle quattro mura che confinano Steve e gli altri reclusi dall’inferno che era appena scoppiato, non potranno nulla contro la voglia di vivere, di ricreare l’ordinario in un posto che racchiude atrocità e violenza. La reclusione dura per tutta la guerra, ne usciranno soltanto nel Marzo del 1918. E lasceranno Ruhleben nell’unico modo in cui possono “esorcizzare” la crudeltà di quei luoghi. Con un’ultima partita. Ovviamente di calcio.

E nonostante le bombe, e nonostante la “scoperta” di una nuova arma letale chiamata yprite, e nonostante un lascito di devasto e distruzione, la vita ricomincia, faticosamente, impoverita ed impolverata, ricolma di dolore ma prodiga di speranza. Ci prova anche Bloomer, in Olanda, ad Amsterdam, diventando allenatore di una piccola squadra, il Blauw-Wit, che non è neanche un nome vero e proprio ma semplicemente il riferimento ai colori sociali, il blu ed il bianco appunto. Una breve parentesi prima dell’ultima, straordinaria impresa della sua vita. Che avverrà qualche anno dopo. È il 1923, ed il nostro protagonista accetta una nuova avventura, in Spagna, alla Real Union. La Real Union è una minuscola compagine della città di Irun, nel cuore dei Paesi Baschi e ad soffio dal confine francese. Nel suo palmares la Real può vantare ben 4 Cope del Rey. Ma quella di cui tutti ancora parlano è la terza, quella del 1928. In quegli anni la Coppa nazionale si gioca con la formula dei play off: dieci squadre, ognuna vincitrice del relativo titolo regionale. La Real, nel nostro caso, è la portabandiera della Gipuzkoa.

Nel primo turno Steve affronta il Siviglia, e manda a casa gli andalusi con un 3-1 complessivo. L’avversario della semifinale è ancor più ostico, quasi insormontabile: è il Barça di un altro caposaldo del football inglese, quel Jack Greenwell che colonizzerà prima la penisola iberica e poi la Colombia, eroe dei due mondi col pallone attaccato al piede. Quello è già il Barcellona dei grandi campioni, di Paulino Alcántara, Sagibarba e di Josep Samitier. E chi se ne frega, l’Union gliene rifila addirittura cinque tra andata e ritorno. La finale sarà ancora più difficile: si gioca all’ Atotxa Stadium, San Sebastian, praticamente come giocare in casa. Ma si gioca contro un altro Real, quello più forte, più potente, più famoso. Il Madrid.

Fatto 30, quasi sempre si fa anche 31. E sarà Echeveste, al minuto 58 di quella leggendaria finale, a regalare a Steve la gioia di trionfare sotto il cielo spagnolo.

Nel calcio, come nella vita, il difficile non è quasi mai arrivare in cima. Con il sacrificio, il talento, la fortuna, puoi sempre riuscirci. Ma, una volta lassù, tocca restarci. Per sempre. Nella storia del calcio inglese. Steve ci è riuscito, anche a quasi ottanta anni dalla sua scomparsa, datata 16 aprile 1938. Ma la passione tiene vivo il ricordo, scavalca le generazioni, le guerre, le epoche e i nuovi mondi. E Bloomer è ancora lì, a Derby, che scruta il terreno del Pride Park Stadium come fosse lì. Perché, come risuona dagli stand della casa dei Rams, Steve Bloomer’s Watchin’. Anche ottanta anni dopo.

 

Autore

Alessandro "Pocho" Vitiello
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