Football (en)chants

Il termine ‘folla’ è generalmente riferito a quel particolare tipo di aggregazione sociale che si forma quando una moltitudine di individui è riunita, in maniera temporanea, in uno stesso luogo e nella quale lo spazio di ciascuno dei partecipanti è limitato in modo considerevole dalla presenza degli altri (…) Tale aggregazione può essere involontaria o, al contrario, intenzionale. Come, ad esempio, il pubblico di una partita di calcio. (Enciclopedia Treccani)

Sin da quando ha capito di poter emettere dei suoni attraverso le corde vocali, i nostri antenati hanno provato ad intonare al cielo quei suoni in maniera sistematica, provando a lanciare un messaggio al dio dei fulmini o a quello della fertilità per invogliare questi ultimi a provare un po’ di compassione ed essere così più gentili coi vil mortali. Abbiamo attraversato interi secoli inventando note, strumenti, tecniche di canto e di composizione musicale. Ah tra l’altro, ma giusto per fare un po’ quelli che se la tirano, anche questa volta i nostri avi italiani hanno posto la loro orma nel cuore della storia. Anche nella musica. Eh si, perché se oggi adoriamo i Guns ‘n Roses, i Queen o Bach lo dobbiamo alle straordinarie intuizioni di Guido d’Arezzo e Giovanni Battista Doni. Il primo decise di dare ordine alla melodia inventando il tetragramma, ovvero il rigo musicale; il secondo ha dato la forma definitiva alle note come le conosciamo ancora oggi. Le stesse che hanno reso gloriosi Beethoven e Verdi; non è mica un caso, se la prima delle sette sia proprio il “Do”.

Ovviamente il naturale istinto di far sentire la propria voce ed esprimere i propri sentimenti non poteva non avere un ruolo fondamentale nello sport. E nel calcio si trasforma spesso in un misto di magia ed ilarità, sacro e profano, verità e leggenda. L’incanto del canto, perdonate il gioco di parole, vive di luce propria, si nutre delle speranze della domenica mattina e delle gioie o delusioni del pomeriggio. Prende spunto da giocate realmente accadute, episodi surreali, insomma qualsiasi cosa possa solleticare la fantasia dei tifosi ed esaltare i propri beniamini o prendere in giro l’avversario di giornata.

It’s a kind of magic, avrebbe intonato il grande Freddy. Ed è una questione che trascende i poropopò del mondiale tedesco. Sono vere e proprie opere d’arte creativa, al limite del genio assoluto. E, come Mercury, spesso i migliori canti da stadio (li abbiamo volutamente chiamati così perché hanno lo stesso tocco solenne della musica di carattere religioso), quelli più divertenti, dissacranti e pseudo seri nascono sui campi d’Inghilterra. Dalla Premier alle categorie più basse, i colpi di classe dei figli di Sua Maestà rendono onore al loro sprezzante senso dello humor. Alcuni rasentano la follia, assomigliano più riti a propiziatori di fertilità, danze sacre di tribù inebriate da Bacca e visioni mistiche. E nella Terra dei Tre Leoni questi canti assumono toni dissacranti, per schernire gli avversari e spesso anche la propria squadra, quando le cose non vanno come dovrebbero.

Capita così di ascoltare versi intonati agli incisivi in fuorigioco di Luis Suarez, sfottò alla squadra avversaria che sta vincendo perché non “siete niente di speciale, perdiamo ogni settimana”. Oppure piccole annotazioni alla carriera di Steven Gerrard, grande campione che però non ha mai vinto la Premier (a dir la verità c’era andato molto vicino qualche stagione fa, ma fu proprio lui a “regalare” l’assist decisivo al blues Demba Ba nella sfida contro il Chelsea ed a consegnare il titolo al City del Kun Aguero). Cover di canzoni famose come “Twist and shout” dei Beatles e “The lion sleeps tonight” che diventa “We’re the Rangers, the mighty Rangers, we never win away”. O, semplicemente, messaggi a calciatori con nomi particolari a cui, per comodità, gli si appioppa un nome più semplice da pronunciare. Proprio i tifosi dei Blues, ad esempio, trovano abbastanza complicato il nome del loro terzino sinistro, Azpilicueta. Così il coro a lui dedicato è un semplice “We’ll just call you Dave”, un pò come se i tifosi della Roma cantassero a Wojciech Szczęsny “senti te chiamiamo Franco, così non puoi scamparla”.

I canti da stadio sono, in fondo, un po’ come i piatti tipici della cucina di un posto. Aiutano a comprendere la cultura del luogo, il modo in cui vivono e pensano coloro che li cantano, i quali raccontano anche allo stadio un piccolo pezzetto di loro stessi e della loro esistenza domenicale. Altri invece sembrano essere universali, come quel “Un giorno all’improvviso” che è la vera hit dell’anno, partita dall’Hockey Milano per attraversare tutto lo Stivale e diventato virale con il video che immortala un Higuain saltellante e trascinatore a fine partita. Magari El Pipita non avrà neanche mai sentito parlare dei Righeira, ma si è dimostrato perfettamente in grado di calarsi nella parte del maestro dell’orchestra sarriana.

E poi ci sono quelli del City, straordinari interpreti di una vera e propria compilation di cori che accompagna da qualche anno i due Tourè, Yaya a Kolo. I quali si sono poi prestati al gioco diventando attori di una sorta di cameo nella parte di se stessi mentre si divertono ascoltando quelle stesse note. L’incanto del calcio – che con un gioco di parole abbiamo definito football (en)chants – è, e dovrebbe essere, proprio questo. Divertimento, ilarità e spirito ironico.

Esattamente quello che dovremmo imparare a fare tutti noi.

Autore

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