Bienvenido a Miami (United)

Poco più di un anno dal primo post de La Testata di Z ci ha insegnato una lezione semi definitiva sul mondo del calcio, una sorta di assioma fondamentale che regola il complesso sistema deduttivo della filosofia pallonara: i protagonisti delle storie più belle ed avvincenti, che raccontiamo anche in questo magazine, nascono nelle periferie del mondo, in quei luoghi in cui il calcio (quello vero) è una leggenda tramandata con sapienza e cura da ogni padre ad ogni figlio, quello del “ti racconto di quella volta in cui ho visto giocare il grande Tizio e l’immenso Sempronio”, in Italia come ovunque.

La storia in queste righe incrocia destini e mondi diversi, ma del tutto simili nel desiderio di portare una dimensione nuova, quella del calcio, dove ancora non hanno attecchito le radici profonde che hanno fatto del pallone l’emblema del secolo scorso. Ci sono un ragazzo, Roberto, appassionato come quasi ogni essere del pianeta ed un piccolo paese della Sicilia, Santa Teresa di Riva, qualche piede più in là della splendida Taormina. Uno di quei luoghi in cui basta ancora qualche pietra ed un po’ di terra e via, “si gioca!”. Uno di quei luoghi dove un certo signor Moreno, ecuadoregno di Quito (si, è proprio lui), sarebbe stato accolto con meno premura che in altre parti della penisola. A lui, infatti, i santateresini ebbero la “simpatica” idea di intitolare i bagni pubblici del paese, dopo lo sciacallaggio che ci ricacciò via da un mondiale che, parere personale di chi scrive, avremmo potuto tranquillamente vincere. Iniziativa che ebbe tanto di titoloni anche in giro per il mondo. Persino la BBC ne raccontò l’inaugurazione.

A Roberto piace il calcio, eccome. Gioca in porta, e se la cava anche discretamente bene. Ma gli anni passano, e quello che prima era uno dei pochi pensieri della vita comincia a trasformarsi in un semplice hobby, perché poi ad un certo punto ti invita a crescere, costruire il futuro in maniera seria. A dir la verità ci sarebbe una seconda passione: la cucina. Eh beh d’altronde, quando nasci in quelle terre lì come si fa a tenere buona la forchetta, e non sognare di portare in altri posti quei sapori, quei suoni, quei profumi che per te sono casa?

Li porterà via con se, Roberto, nella valigia che lo accompagnerà nel lungo peregrinare in giro per gli States: Washington, New York, Los Angeles e Chicago. Dovrà lasciare in Europa l’accento sul cognome, per gli americani lui è Sacca. Ma tutto il resto è concesso, compreso l’amore per il pallone.

Last stop: Miami. Uau, si sarà detto, la capitale mondiale del melting pot, del “c’è posto per il sogno (americano) di tutti”. Città ricca di speranze, qualche certezza ancora da costruire e tante possibilità. Però…c’è qualcosa che manca, quaggiù: il calcio. Strano che nessuno abbiamo avuto l’idea di mettere in piedi una squadra che possa aspirare a giocare in MLS; in fondo da queste parti ci sono tante culture (anche calcistiche) che si sono incontrate, incrociate e che convivono assieme da generazioni. Così “Sacca” mette a fuoco la sua idea, la struttura e dà vita al suo secondo sogno americano. Un po’ per scherzo ed un po’ per follia nasce il Miami United Fc; porterà con se quell’aggettivo, United, perché sarà una comunità di persone che amano il calcio, e che per esso vogliono stare assieme, socializzare, condividere Miami.

Il presidente del Miami United Fc Roberto Saccà e Norris Cole, ex playmaker dei Miami Heat
Il presidente del Miami United Fc Roberto Saccà e Norris Cole, ex playmaker dei Miami Heat

E poi, è un modo più creativo di tornare a giocare, di riprendere da dove aveva lasciato la Sicilia. Anche se, a suo dire, “ero già troppo vecchio per giocare”. Ed infatti, quasi in contemporanea ai primi passi del nuovo club, il nostro protagonista ne compie uno ancor più grande, con più responsabilità ma altrettanto entusiasmo. Il Miami ha il suo General manager, ed un business plan ambizioso ma non impossibile: entrare nel roster delle franchigie del massimo campionato americano in pochi anni. La sfida è difficile, complessa, richiede pazienza e grande dedizione, oltre che capacità gestionali e di marketing che per gli americani è tanto importante quanto il bacon alla mattina. Ma riuscire ad ottenere risultati importanti con questa squadra sarebbe un grande successo, per Roberto, che del Miami United ha messo insieme radici, divise, strutture, giocatori, tutto. Soltanto per amore dello sport, come recita la business card che mi ha lasciato nel nostro incontro milanese:

Bringing the community together for the love of the game

In fondo, non è l’unione che fa la forza?

Autore

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