SCAMPATI AL FATO

Il fato (o che altro è) gode a produrre un grande talento e a renderlo poi vano. Beethoven diventò sordo. Uno scherzo meschino, ai nostri occhi: la beffa di un idiota malevolo.
Clive Staples Lewis


Ci sono cose, nel corso della vita, che impariamo a non comprendere. Non perché non ne siamo capaci, ma perché sono parte di un qualcosa più grande di noi, di un disegno di cui non siamo altro che brevi, incerti tratti. Chiamatelo Fato o Destino, poco importa. Anche se Aristotele e Socrate avrebbero da ridire, dato che per gli antichi il fato guida il corso degli eventi spesso senza una logica, ed in ogni caso senza che noi poveri figli di Zeus possiamo battere ciglio (in realtà non avrebbe potuto neanche lui, stando alla vecchia cara mitologia). E molte volte il destino degli sportivi è legato ad una situazione, ad un attimo che cambia tutto per sempre. Mi vengono sempre i brividi a leggere il racconto di Ian Thorpe sulla mattina dell’undici settembre. Lui era lì, avrebbe dovuto far colazione all’interno di una delle due torri. Ma una volta arrivato si accorse di aver dimenticato la fotocamera. “Torno in hotel a prenderla, non posso non fotografare una meraviglia così”. Il resto di quella storia, purtroppo, lo conosciamo tutti.

Eh già, perché quando il Fatum decide di indossare la tuta e cominciare il suo turno di lavoro anche il minimo dettaglio, quello all’apparenza più insignificante, può cambiare la linea spazio/tempo delle nostre vite disegnando nuove strade. Si dice che segua percorsi a noi sconosciuti, ma anche che siamo noi, i veri artefici del suo compimento.

E vallo a capire, sto qua. È un tipo strano, entra in gioco quando gli pare, dove preferisce, senza avvisare. È come un tifone, arriva impetuoso e scappa via. Ma appena compiuto un passo un po’ più in là gli altri, gli umani, sono già lì a fare la conta dei danni, a raccontare un’altra storia, un altro presente.
Questione di un attimo, di un contrattempo o di una decisione last minute, e ti ritrovi parte di quel fato, o miracolo vivente.

Sul volo che li avrebbe portati verso Lisbona sarebbero voluti salire tutti, quelli del Grande Torino, compresi giornalisti e dirigenti, pur di aiutare Francisco Ferreira, il capitano del Benfica a cui Mazzola promise un’amichevole per alleviarne le sofferenze economiche. Avrebbe voluto salire i gradini di quella scaletta Sauro Tomà, ma fu fermato dal problema al menisco che lo costrinse poi ad appendere le scarpette al chiodo. Così come avrebbe dovuto salirci Niccolò Carosio, per far sognare gli italiani raccontando quella semplice passerella solidale in terra portoghese, ma a malincuore dovette rinunciarvi. Lo salvò la cresima del figlio.

Ma il Fato decise ancor più crudelmente di farsi beffe di Vittorio Pozzo, l’allenatore, giornalista e dirigente a cui dobbiamo le prime due stelle sulle maglie della nazionale. E buona parte del nostro rapporto col Sor Pallone. Aveva in mente un piano più vile, per lui. Il Torino decise all’ultimo minuto di assegnare uno dei posti riservati ai giornalisti a Luigi Cavallero e non lui. A Pozzo, invece, toccò il tremendo compito di riconoscere i corpi straziati dei suoi ragazzi, come ultimo atto prima di lasciare il suo incarico da Commissario Tecnico.

In quel tremendo 4 maggio del ’49 perdemmo una parte del nostro orgoglio, della nostra italianità rinata dalle ceneri del Conflitto. Quella tragedia ci portò via Bacigalupo, Romeo Menti, Franco Ossola, Valentino Mazzola. Praticamente il meglio del calcio italiano dell’epoca. Eppure il destino volle risparmiarci altri drammi, come se avesse sfogliato l’album delle figurine al ritmo dei “ce l’ho” e dei “mi manca”.

Per quello stesso assurdo gioco d’azzardo, appena pochi anni dopo, Jimmy Murphy e Robert Charlton, consegnato poi alla leggenda come Sir Bob, sfuggirono al blackjack che avrebbe distrutto una squadra giovane, arrembante, forte della sfrontatezza che negli anni più giovani è la normalità ed in quelli più tardi è il vento dell’impavidità.

I Busby Babies, quel gruppetto di ragazzini pronti a sfidare il mondo, fu sferzato via da un incidente che, col senno di poi, poteva essere evitato.

Maledetta neve e maledetta fretta di tornare a Manchester. La fatalità che volle Murphy altrove, in quel momento, è un’altra storia tutta da raccontare.

Il 1958 è l’anno della sesta edizione dei Campionati Mondiali di calcio. Si gioca in Svezia, già qualificata in quanto paese organizzatore assieme alla Germania Ovest, che aveva vinto i Campionati svizzeri del 1954. Loro sono già con le valigie in mano, gli altri invece devono ancora giocarsela, la partecipazione a quella Coppa. Le fasi di qualificazioni, all’epoca, si dividevano in diversi turni, mentre le nazionali erano suddivise come ora in gruppi. Ma uno strano domino di abbandoni e rifiuti di giocare qua e là per il globo mischia tutte le carte in tavola. La Turchia infatti rifiuta di partecipare alla manifestazione, perché la FIFA avrebbe voluto inserirla nel gruppo asiatico, dove Taiwan ha già abbandonato il torneo lasciando così via libera all’Indonesia; al posto dei figli di Ataturk si qualificano, invece, quelli di Israele.

Al secondo turno anche l’Egitto si ritira, così è il Sudan ad andare avanti. All’Indonesia, invece, il compito di affrontare Israele. Ma agli indonesiani quella prospettiva non è che piacesse poi molto: “Giochiamo in campo neutro?”, chiesero alla FIFA. “No”, fu la risposta degli altri. E allora l’Indonesia dice addio al Mondiale, “lasciamo spazio agli avversari”. Lo spareggio per l’ultimo biglietto per Stoccolma è così deciso; sarà Sudan-Israele.

Un momento. Eh già, anche ai sudanesi la cosa non va giù. “Noi contro quelli lì non giochiamo. Grazie mille e arrivederci”. A questo punto è la FIFA a dover prendere in mano la situazione. Si perché nessuno può arrivare al mondiale senza aver almeno disputato, e vinto, una partita di qualificazione. E Israele non ne ha giocata neanche una. Si va allora a pescare tra le seconde dei gironi: il sorteggio dice Belgio, i fiamminghi rispondono picche. Altro giro, altra nazionale: questa volta viene fuori il Galles.

Cosa c’entra Murphy con il nostro racconto? C’entra, eccome. Perché sentì squillare il telefono, un giorno grigio come tipico di Manchester: “Ehilà Jimmy, andiamo agli spareggi per il mondiale. La prima a Ramat Gan, il ritorno a Cardiff il 5 febbraio”. Murphy c’entra, eccome. Perché in quei mesi era il Commissario Tecnico dei Dragoni.

È incredibile ad allo stesso tempo quasi inquietante pensare a quanto gli uomini siano in balia degli eventi. Il giorno dopo la partita di ritorno che portò il Galles al primo ed unico mondiale della sua storia – concluso peraltro al quarto posto, battuti di misura dal Brasile con un gol di un ragazzino molto talentuoso di nome Pelè – l’aereo dei Busby Babies lasciò lo United senza un futuro, che avrebbe dovuto chiamarsi Coppa dei Campioni.

Ma Jimmy si salvò. Grazie a quella pazzesca carambola della storia.

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Il Grande Torino illustrato da Davide Mazzuchin

Autore

Alessandro "Pocho" Vitiello
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