Quel bosone di Ings

Le pagine di questo magazine, di solito, scandiscono il ritmo di storie che accomunano campioni di vita prima ancora che di sport, anche se le due dimensioni si incontrano costantemente nelle pieghe interposte tra le società, le culture e gli eventi che quelle storie le scrivono finché durano penna e calamaio.

Se l’esperienza terrena di tutti noi potesse essere racchiusa all’interno di una teoria fisica, potremmo tranquillamente affermare di essere parte, anzi particelle, di un Modello Standard. Nella più nobile delle discipline scientifiche, il modello standard descrive tre delle quattro forze fondamentali che governano tutto ciò che siamo abituati a chiamare Natura; la gravità, il magnetismo e le due varianti di interazione nucleare, ovvero quella debole e quella forte.

Ma quello è “soltanto”, si fa per dire, il modello che regola un mondo. Il nostro mondo, o almeno quello che amiamo raccontare, è costituito da altre forze: il tifo, le vittorie, e gli stessi campioni che le realizzano. E, come quel mondo fisico, ruotano e vivono grazie a particelle elementari, le più piccole che si possano immaginare, senza le quali però anche il calcio avrebbe poco senso. Ammesso che ce l’abbia ancora.

Tra star multimilionarie, Palloni d’oro che volano via nelle mani sempre delle stesse persone, e società che falliscono “d’improvviso” anche se il loro destino finanziario lo si conosce già da tempo, dimentichiamo spesso che, così come il Bosone tiene in piedi tutta la baracca, noi compresi, anche il calcio ha la sua particella fondamentale. Capace di trasmettere la passione e la voglia di regalare un paio d’ore lontano da pensieri e problemi quotidiani che spesso ci sembrano anche insormontabili. Almeno fino a quando non conosciamo quelli del nostro vicino, la cui erba non sempre è più verde della nostra.

Joseph Skinner era un giovane 13 enne quando, in quel gioioso aprile del 2013, riuscì a realizzare uno dei grandi sogni della sua vita. Vivere una giornata al Turf Moor, il regno della sua squadra del cuore, il Burnley (proprio quella da cui prese il volo la carriera di Charlie Austin, che abbiamo raccontato qui). Chissà quante volte avrà immaginato di essere uno dei Clarets, e di segnare il gol decisivo per la promozione in Premier o perché no, magari vincerla. Joseph pensava che sarebbe rimasto soltanto un fulgido esercizio di fantasia, quello di sentirsi realmente parte della sua squadra.

Joseph, infatti, ha una disabilità che lo costringe su di una sedia a rotelle. Ma il calcio, il nostro “modello standard”, è capace di generare una delle forze più incredibili che il genere umano possa mettere in campo. La solidarietà. E la particella che, muovendosi, ha scosso l’anima di Jos e gli ha donato il giorno più felice della sua vita si chiama Daniel William John, e di cognome fa Ings. Attaccante di mestiere, tre nomi come fosse un Reale, generoso per natura.

Perché Danny non è soltanto uno dei migliori prospetti del calcio dei Tre Leoni ed il Player of the year della Football League, che vuol dire essere il miglior giocatore dei tornei professionistici al di sotto della Premier, ma è anche un ventiduenne eroe prima ancora di un atleta di successo, non solo economico.

In quello stesso giorno di Aprile che rese Joseph la persona più felice dell’universo, ben al di là degli ostacoli della realtà, Danny capì che in fondo i soldi sono una parte insignificante della sua carriera. Quel che conta di più è vedere la gioia ed il sorriso indelebilmente disegnati negli occhi, nei volti e nei gesti dei ragazzi che, come Joseph, amano il calcio ma non possono avere la carriera che ha avuto lui, e fare il possibile per poter restituire loro una parte anche minima di quella stessa gioia.

Ed è così che Danny decise di sedersi ad un tavolo con la dirigenza dei The Clarets e “The community”, ovvero l’area che gestisce le attività sociali dei club inglesi (molto diffuse nel Regno di sua Maestà). Da quell’incontro con Joseph è nato “The Danny Ings Disability Sport Project”, per aiutare i giovani disabili a diventare calciatori e tifosi ancora più importanti di quel modello standard.

E se il modello del piccolo Skinner ha ancora un significato intrinseco molto forte, quello che spinge anche tutti noi ancora allo stadio o a gridare, gioire e piangere per una maglia ed un pallone, è grazie all’impatto che hanno subito particelle come Danny Ings.

Quel bosone, di Ings.

Autore

Alessandro "Pocho" Vitiello
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