ÁRPAD WEIZ

Gennaio 1938. Il diretto Bologna-Parigi è affollato. C’è un po’ di tutto, semplici vacanzieri, commercianti, gente normale. Ma non solo. Tra i vagoni di quel treno c’è anche un uomo. Un uomo che di normale ha ben poco. È un ungherese, ebreo, di bell’aspetto, elegante. Non è solo, con lui nello scompartimento ci sono sua moglie Elena e i suoi figli, Roberto e Clara. Il suo nome è Árpád, Árpád Weisz.


Nell’inverno del ’38 su quel treno per Parigi, Árpád sta lasciando l’Italia per sempre. Il Bel Paese, che lui tanto amava e che così fraternamente lo aveva accolto nel 1924, gli ha chiuso la porta in faccia. Le leggi razziali emanate qualche mese prima hanno dichiarato che gli ebrei sono diversi, inferiori. È iniziato tutto l’8 aprile con il divieto per gli ebrei di collaborare con giornali e riviste; poi, il 5 agosto con il censimento di tutti gli ebrei residenti nel Regno, il 17 aprile la proibizione di ricoprire cariche pubbliche in enti dipendenti dal Ministero degli Interni. E poi via con un susseguirsi di impedimenti che rasentano l’assurdità, fino all’espulsione. Weisz scappa a Parigi, terra ancora vergine dalla crescente morsa fascio-nazista, come un colpevole. Quanta ironia in questa storia. Un colpevole lui che a suo modo è un genio, un rivoluzionario. Con il suo stile distinto e riservato ha portato il Calcio in nuova dimensione, nel futuro. Lo ha reso una scienza.

Nel 1925 all’età di 29 anni Weisz arriva a Milano per giocare nell’Inter, come uno dei tanti calciatori ungheresi approdati nel campionato italiano (per i curiosi http://www.rsssf.com/players/hong-players-in-it.html ), ma non può ancora immaginare quanto importanti per lui saranno quella città e quella squadra. Non da giocatore però, da allenatore.

È dal 1926 infatti, che parte la sua leggenda.

Arpad Weisz visto da Davide Baroni
Arpad Weisz. Illustrazione di Davide Baroni

 

Dopo un viaggio durato diversi mesi in Sud America, dove probabilmente ha allenato l’America, una squadra di Montevideo, si accasa definitivamente a Milano in Via Burigozzo 3. È il nuovo allenatore dell’Inter. Ci rimane fino al 1935, dopo una parentesi tra il ’31-’32 al Bari. Sono anni stupendi.

Weisz è uomo di cultura che i giornali descrivono come << l’allenatore straniero che meglio parla la nostra lingua, di cui conosce a fondo le finezze >> e Milano è una città con un forte fervore culturale. È facile incontrare personaggi come Treccani, Giò Ponti, Carrà, De Chirico o Fontana.

Si trova bene Weisz, sente che questo è il posto adatto a lui, alla sua sete di conoscenza. Qui può esprimere il suo talento. Fondamentale è l’amicizia con Aldo Molinari, dirigente responsabile del calciomercato dell’Inter . Con Molinari è una simbiosi unica. Condividono la stessa idea di calcio. Sono anime gemelle la cui passione per il calcio va oltre ogni stakanovista dedizione al lavoro. Insieme scrivono la pietra miliare dell’enciclopedia calcistica, Il Giuoco del Calcio, con la prefazione di un certo Vittorio Pozzo. È un testo rivoluzionario in cui si intravedono tutte le idee innovative di Weisz. Un manuale che spiega il calcio a 360°. Contiene spiegazioni tecniche sui movimenti dei giocatori, i ruoli in campo, tecniche di allenamento. Si sofferma perfino sulla figura dell’allenatore il cui ruolo non è solo spiegare gli schemi di gioco (è un sostenitore del Sistema di Chapman, a proposito), ma è molto di più. Per capirlo basta guardare Weisz durante gli allenamenti. Chi lo vede rimane sbalordito. Un allenatore in tuta che si riscalda con i giocatori. Non si era mai visto.

La grandezza di Weisz però, va oltre gli schemi, le tecniche di allenamento e la preparazione atletica. Il suo genio è scoprire talenti. Uno su tutti: Giuseppe Meazza, il più grande talento del calcio italiano del XX secolo.

“Pepin”, come lo chiama la gente del quartiere di Porta Vittoria, diventa la stella di una squadra che nel 1934 sarà l’ossatura di quell’Italia per la prima volta Campione del Mondo. In porta c’è Ceresoli, in difesa Allemandi, Bernardini a centrocampo (diventerà l’erede tattico di Weisz e primo allenatore a vincere due scudetti in due piazze non metropolitane come Firenze e Bologna) e in attacco ovviamente Meazza. L’Ambrosiana Inter, nome della Beneamata nel ventennio fascista, vince lo scudetto con due punti di distacco dal Cesena e cinque dalla Juventus nel primo campionato a girone unico. È un tripudio. I giornali definiscono Weisz << il mago >>, una coincidenza del destino che richiama un altro stregone del calcio neroazzurro, Helenio Herrera. Tutte le storie più belle però, alla fine finiscono. Quella tra Weisz e l’Inter, tra Weisz e Milano si conclude nel 1934 a causa dei rapporti sempre più tesi tra il genio ungherese ed il nuovo presidente nerazzurro, Ferdinando Pozzani. Adesso è il momento del Bologna. Arriva in punta di piedi, a suo modo; il carattere schivo ed introverso gli impone questo. Arriva in un clima sempre più teso. Mussolini è perso nei suoi deliri di dominio e il calcio, come capita in questi casi, diventa un potente strumento di propaganda.

A Bologna Weisz forma un sodalizio con Renato Dall’Ara. Insieme saranno gli artefici di quello che verrà ricordato come il Grande Bologna.

Dall’Ara è l’esatto opposto di Árpád. È un personaggio goliardico che alterna i suoi discorsi con gaffe improbabili. Dall’Ara però, è anche una abile industriale che tesse bene le sue amicizie con i gerarchi del Fascio. Insieme creano una squadra temuta in tutta Europa. Una squadra coordinata come un’orchestra; un teatro, il Littoriale, emblema della gloria sportiva italiana e un maestro che pensa, mangia e vive per il calcio. Anche nei momenti più bui Weisz trova nel calcio il motivo per andare avanti. Prende una squadra, martoriata dagli infortuni che arranca a metà classifica, e la trasforma. Anche qui come nell’Inter molti giocatori fanno parte della Nazionale di Pozzo. Nel Grande Bologna spiccano le figure di Angiolino Schiavo, colui che nella finale del 1934 segnò il gol vittoria contro la Cecoslovacchia, Eraldo Monzeglio, il capitano e grande amico di Bruno e Vittorio Mussolini, e Sansone, l’uruguaiano che se all’inizio ha difficoltà con l’allenatore, ben presto lo amerà. L’ungherese è un talent scout formidabile, così com’era successo a Milano con Meazza, a Bologna scopre un altro giocatore dal talento eccezionale, Dino Fiorini. È un terzino potente e velocissimo, corre i cento metri in meno di dieci secondi. È anche un tipo esuberante, sfrontato che in un campo di calcio può essere anche un pregio, ma nella vita vera, quella della guerra è un atteggiamento che si paga caro. Verrà giustiziato dai partigiani nel settembre del 1944.

È il 10 maggio 1935, dopo un anno a rincorrere la Juventus, il Bologna, composto da soli sedici giocatori, deve battere la Triestina per vincere lo scudetto. Il 10 maggio Vittorio Emanuele III diventa Imperatore d’Etiopia e Weisz re di Bologna. Lo scudetto del ‘35 è solo l’inizio. L’anno dopo, il Bologna si ripete e va anche oltre. A Parigi batte i maestri del Chelsea 4-1 nel torneo più importante d’Europa, il Trofeo delle Esposizioni. È la grandezza di Weisz, è il mito dello “squadrone che tremare il mondo fa”. Árpád è troppo riflessivo e troppo timido per esaltarsi per quello che ha realizzato. Ha visto quel tanto che basta per capire che la vita è mutevole e se un giorno sei un mago, l’altro sei un ebreo. Così in quel treno per Parigi il cuore di Árpád è combattuto. Ha dovuto dimettersi dal Bologna, ha dovuto smettere di allenare, ma ha ancora speranza, Parigi è una metropoli, qualcosa accadrà. La preoccupazione più grande però, è vedere il sorriso di Elena smentito da quei suoi occhi pieni di paura. È bella Elena, le cronache la descrivono come una donna affascinante e di stile. È una moglie affettuosa e amorevole, sempre al fianco di suo marito. Lui in campo, lei a badare ai piccoli, Roberto e Clara. Quando sono fuggiti da Bologna, Roberto ha dovuto abbandonare gli amici di scuola, aveva solo 8 anni. Nella capitale francese la famiglia Weisz rimane poco. I soldi cominciano a scarseggiare, non conoscono nessuno e passano la maggior parte del tempo nella stanza d’albergo. Il clima anche in Francia sta diventando teso.

Tramite amicizie e lontane conoscenze Árpád riesce a trovare un lavoro in Olanda, allenatore del Dordrecht. Sembra che per Weisz le cose si rimettano per il verso giusto. Per Árpád significa allenare, tornare di nuovo alla vita. E anche se Dordrech non è Milano o Bologna e il Markettenweg non è l’Arena o il Littoriale va bene lo stesso.

I Weisz si sistemano in una classica casa olandese con gli infissi bianchi e passano le loro giornate senza farsi notare. Non si sa mai. In quei giorni vivono le loro giornate come in un limbo. Il mondo è lì fuori, non in questa piccola città dell’Olanda meridionale. Si sentono sicuri e lo sono … almeno per un po’. La guerra lampo che ha in mente Hitler passa anche dall’Olanda. In tre giorni le SS entrano nei Paesi Bassi e la vita per i Weisz diventa ancora più difficile. Inizia l’altalena dei divieti per gli ebrei, gli stessi che già nel 1938 avevano scandito la vita sociale della famiglia. Alla fine anche questa volta l’allenatore di tre scudetti e del Trofeo delle Esposizioni deve metter al chiodo tuta e schemi. Non può più allenare. Gli ebrei non possono mischiarsi con gli altri. Si dice che tanta è la voglia di seguire la sua squadra, il DFC, che Weisz si nasconde sotto le piccole tribune dello stadio per assistere alle partite. Si nasconde come un criminale. Il peggio però, deve ancora venire. Sono le sette del mattino del 2 agosto 1942. La Gestapo bussa alla porta della famiglia Weisz. Poche parole e via a raccogliere quelle scarse cose che si possono portare nel centro di Westerbork. Un centro di smistamento. Gli ospiti rimangono lì al massimo per qualche mese, l’orologio di Eichmann è preciso. I treni in arrivo e in partenza scandiscono le giornate dei carcerati. Ogni convoglio parte pieno e torna vuoto. Ne partono tre a settimana; tutto è segnato dai meticolosi burocrati nazisti sui loro registri. Tutto nasce e muore nella lista di partenza. Pregare di non essere in quella lista è l’unica cosa che resta ai reclusi. L’unica cosa che resta ad Árpád. Lo sarà fino al 2 ottobre 1942, il giorno del compleanno di Clara. Quel venerdì i Weisz salgono sul treno, l’ultimo della loro vita. È destinato ad Auschwitz. Dopo due giorni di viaggio in quel vagone, stretti come bestie, il treno si ferma. Una trentina di uomini vengono fatti scendere. Árpád è tra questi. Tutti gli altri, compresi Elena, Roberto e Clara, ripartono verso i loro destini. Moriranno nelle camere a gas appena arrivati nel campo di sterminio. Árpád invece resiste. Il suo corpo tonificato dai lunghi allenamenti resiste alle interminabili ore di lavoro e ai maltrattamenti. Non sa che la sua famiglia è stata trucidata. Resiste come ha sempre fatto. Ha resistito fin quando ha potuto. Venne trovato morto il 31 gennaio 1944.
Innovatore, appassionato, visionario. Árpád Weisz era tutto questo. Un uomo acuto con il nobile e tenero atteggiamento di sapersi muovere nel calcio come nella vita, in punta di piedi.

 

Fonte di ispirazione per quest’articolo è stato il libro di Matteo Marani, “Dallo scudetto ad Auschwitz” (ed. Aliberti)

Autore

Giuseppe "Mesh" Masciale
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