Charlie Austin, the bricklayer

We are such stuff
As dreams are made on; and our little life
Is rounded with a sleep.

William Shakespeare, La Tempesta, Atto 4, scena 1, 148–158

Uno dei grandi amori della nostra vita, il calcio, è meravigliosamente capace di farci sognare al di là di sudditanze varie, rigori non fischiati e mani attaccate al corpo. Chi non ha mai immaginato il sorgere di un sole e un giorno in cui la quotidianità viene stravolta, messa sottosopra dalla possibilità di realizzare quello che hai sempre desiderato dal momento in cui hai cominciato a maturare la certezza di essere parte di questa vita, un piccolo ingranaggio di questo mondo. Il sogno, quel sogno, per molti di noi è rimasto soltanto tale: c’è chi lo ha realizzato, ma son pochi rispetto alla moltitudine di quelli che ci sono arrivati ad un passo, e ancor meno quelli il cui cammino non è mai iniziato. E, se i sogni son desideri chiusi in fondo al cuor, ormai abbiamo gettato via la chiave chissà dove, restando così con i piedi ben piantati sulla nostra madre terra e lasciando che quell’incanto così tanto accarezzato si realizzi almeno su di un videogame in cui servire un assist a Benzema o fare gol alla Ibra.

Ma se di professione fai il muratore e sei bravo a tirar su palazzi, forse hai anche talento nel sostenere il peso della fatica, e sei abbastanza saggio da sapere che tutto è realizzabile. Mattone dopo mattone. Nothing is impossible, recita lo spot.

Hungerford è una non troppo ridente cittadina di seimila anime all’estremo ovest della contea del Berkshire, non molto lontano da Manchester, dove di calciatori straordinari, senza falsa modestia, ne sanno qualcosa. Tanto. Un uomo che nasce e cresce da quelle parti, qualsiasi strada il destino deciderà di fargli percorrere, ha due certezze: lavorare duro sfacchinando da mattina a sera, e portare dentro di sè anche un so che di “Royal”. Perché è nel Berkshire che innalza il proprio mento al cielo la dimora di Windsor. E perché Berkshire ha dato alla luce alcuni dei figli migliori d’Inghilterra: Alexander Pope, Oscar Wilde, Elton John, Jane Austen.

E, forse, sta per scoprirne un altro, da consegnare alla nazionale dei Tre Leoni che da anni insegue invano quel numero nove che regali una gioia lontana quasi 50 anni.

Charlie Austin è ormai l’icona del self made man inglese, uno di quelli il cui sogno di diventare un giocatore vero si è realizzato ancor prima di intuire la piega che avrebbe preso la sua carriera. Ama il calcio, Charlie. Ci credeva davvero. Più del Reading, la cui Academy lo aveva allevato fino all’adolescenza, scaricandolo poi con un “Sorry, sei troppo basso”. Una di quelle frasi che ti spinge inesorabilmente sul baratro di un tracollo psicologico, quando disegni contorni nuovi al tuo futuro. Niente più calcio, meglio pensare alla quotidianità. A un lavoro, una fidanzata, una normalità che in fondo neanche volevi. E allora decidi di buttarti a capofitto nell’azienda di papà, la Austin Brickworks. Alzarsi alle sei del mattino e passare le tue giornate facendo il “bricklayer”, il muratore, lì a tirare su muri fino a metà pomeriggio, e tornare a casa nella tua Escort van non è esattamente la miglior prospettiva di vita. Ma devi pur farlo, per sopravvivere. Eppure da qualche parte, dentro di te, hai la sensazione che quel pallone non ti abbia poi abbandonato del tutto. Hai la sensazione che tu, non abbia riposto del tutto quel sogno in un baule sommerso dall’oblio della polvere. E così riparti dal Poole Town, nona divisione, per puro diletto, per la voglia di non mollare. Quarantasei gol in quarantasei partite: gran bottino, ti sei divertito, ma finisce lì.

Non finirà lì, invece.

Perché Austin viene notato da Steve Cuss del Bournemouth, che voleva farne il centravanti perfetto dei “The Cherries”. Ma non può tesserarlo, per via di un embargo sul mercato causa amministrazione controllata del club. Peccato, ma non è un così grande dramma. Charlie ha spalle sufficientemente grandi e forti da poter sopportare il peso di una nuova frustrazione ed andare avanti. Il lavoro aiuta, fortifica. Ed è allora che la sorte ammette i propri errori e decide di raddrizzare la carriera del nostro eroe in favor di vento. Arriva la chiamata dello Swindon Town, 20 gol in campionato, la finale dei play off contro il Millwall davanti alla platea dei 73 mila di Wembley, quando al massimo ne aveva visti 700 nel derby contro il Wimborne Town. Sbaglia la palla buona per il pareggio, la promozione è andata.

Pochi mesi e 17 gol in 26 partite dopo, arriva per Charlie una nuova avventura. Si va a Burnley, in Championship, con un trasferimento che per sua stessa ammissione avrebbe potuto gestire meglio. “Immaturità”, dirà tempo dopo. Ed è qui che la parabola della carriera di questo ragazzo comincia ad assumere una sua logicità quasi matematica. Perché un principio vecchio più o meno quanto il mondo afferma che cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia. E se uno degli addendi è Charlie Austin, e l’altro qualsiasi squadra di cui abbia indossato la maglia, il risultato è sempre quello. Gol come se non ci fosse un domani. Diciassette nella prima stagione, addirittura 28 nella seconda. Nessuno come i fans dei “The Clarets” (chiamati così perché i colori della maglia richiamano quelli dei Bordeaux della Gironda) ha saputo comprendere il fascino della sua gavetta e della voglia di arrivare, di una storia come tante diventata bella perché lui, Charlie, in fondo potrebbe essere chiunque. Anzi, lo è. E meglio di molti suoi colleghi è riuscito nell’ardua impresa di restare umile perché nessun calciatore può, come lui, sapere quanto è dura costruirsi, letteralmente, una vita. Quando lasciò il Lancashire, nell’estate di due anni fa, il Turf Moor risuonava già del coro che accompagnava di solito i gol del Burnley:

“He used to build walls, he used to build walls, our Charlie Austin, and now he scores goals.”

Il calcio, in fin dei conti, è anche questione di intuito. Di capire prima degli altri dove si può arrivare, immaginare di essere già lì. Austin ci riesce benissimo, e ci è riuscito anche Harry Redknapp che lo ha voluto con sé al Loftus Road, per riportare il QPR nella Premier. E a chi era scettico sul suo acquisto rispose con un “Vedrete, ci darà una grossa spinta”.

E che spinta pensando che nel 2006, mentre il suo attuale compagno di squadra Niko Kranjčar saliva sul palcoscenico dei mondiali tedeschi, Charlie giocava nel Kintbury Rangers, nella Hellenic Football League.

Ma quella è tutta un’altra storia…

 

 

 

Autore

Alessandro "Pocho" Vitiello
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