Fenomenologia di Massimo Ferrero

[stag_intro]”Co poco se campa, co gniente se more”.

(M. Ferrero)[/stag_intro]


Raccontare la storia di una persona è un esercizio sempre molto complicato, data la buona fede (ed a volte anche la negligenza) con cui si considerano alcuni particolari e se ne omettono altri. È, in sostanza, lo stesso motivo per cui in genere le trasposizioni cinematografiche dei libri risultano spesso vacui, con quella aurea di incompiuto e la amara sensazione di aver perduto per sempre una parte del racconto.

Ogni pellicola, ed ogni ruolo interpretato, assolve ad una specifica funzione, ovvero quella di narrare una o più sfaccettature di una persona, con la pretesa che quella faccia della medaglia rappresenti “tutta” la medaglia, in una relazione sineddotica tra la parte dell’individuo presentata in un film e l’individuo stesso. Come se, in parole povere, un tratto del carattere individuale della persona potesse raccontarla in tutta la sua completezza.

Tutti noi, quindi, in quanto attori sociali, recitiamo una parte il cui copione non è scritto battuta per battuta ma solo nelle linee di movimento principali, una sorta di deus ex machina che supervisiona la nostra esistenza. Non a caso Erwin Goffman parlava di palcoscenico e retroscena. Ciascun uomo o donna su questo pianeta, per il sociologo, è protagonista di uno spettacolo. Quello che mette in scena ogni volta che interagisce con un altro.

In quell’immenso teatrino che è il mondo del calcio si è aperto il sipario su di una autentica macchietta, un vivace Rugantino della Roma popolare che ha conquistato tutto il paese da cima a fondo soltanto con la sua spiccata, genuina, popolare e velenosa simpatia. Altrimenti non ti avrebbero appioppato quel soprannome, Sor Viperetta.

Nella modernità introdotta dai nuovi media, che elevano ad altarini eterni od effimeri anche l’ultima ruota del carro sociale (a volte tali da durare soltanto un refresh, nel breve lasso della pubblicazione di un altro miliardo di contenuti, appena pochi secondi dopo), la TV ed il web diventano laboratorio prediletto per la creazione di nuovi Frankenstein mediatici, esseri un po’ schermo ed un po’ social che sostituiscono i vecchi poster nella cameretta, conservando intatta la loro aurea di leggenda.

Fatto il dovuto preambolo socio-demo-antropologico, è doveroso calarsi nella fenomenologia di Ferrero, ovvero il sistema simbolico generato da un personaggio quasi del tutto sconosciuto fino a pochi mesi fa.

Massimo Ferrero piace per il suo essere romanaccio di Testaccio (perdonate la rima),  con tutto l’annesso carico di populismo che tanto esalta perché ci ricorda che il saper parlare “bene” non è necessariamente sintomo di altre e più alte virtù di intelligenza e scaltrezza mentale. Er viperetta è l’uomo semplice che incontri ogni giorno al bar, all’edicola o davanti agli scavi della nuova metro. Lo senti parlare di grande cinema e di calcio senza utilizzare linguaggio aulico da libri di antologia, perchè l’essenza della comunicazione in fondo è “fasse capì”. È il tipo che quando gli parli di “assalto all’Europa” ti risponde “Ma quale assalto? Non è mica Fort Apache”. Che su Twitter augura buona domenica “a tutta la città di Samp-Doria” al grido di “Amore, amare!”.

È il più simpatico della tua comitiva, perchè quando c’è da scherzare non si tira mai indietro ed anzi, è il primo ad affondare il tackle. Ferrero rappresenta l’anima divertita e divertente del calcio, chè la vita è una sola e bisogna “divertirse”, anche imitando Crozza che imita Ferrero. Il riscontro che il presidente della Sampdoria ha tra gli appassionati di calcio è “trasversale”, supera i confini e i limiti del tifo per abbracciare tutto il mondo pallonaro, tralasciando soldi, tattiche e pipponi vari, perchè uno che apostrofa come “quer filippino” l’uomo che teoricamente avrebbe sconvolto a suon di milioni il nostro sport preferito (Thohir, per chi se lo fosse perso) non può non suscitare simpatia a noi che amiamo i personaggi prima che gli atleti, provando a riscoprire il gusto genuino e “casereccio” del calcio. Il suo essere sudore, gioia, lacrime e speranza. E tanta ironia.

Er viperetta ricorda altri dirigenti “esuberanti” del calcio italiano, come Anconetani, Gaucci o De Laurentiis. Tutti con un modo di fare burbero ma anche populista, sanguigno ed al tempo stesso generoso. Ma lui ha un altro passo, perchè la sua comunicazione è fortemente visuale, fatta di facce ed espressioni spiritate, un moderno Totò Schillaci che non piega le sue logiche a quelle del dio pallone ma che invece lo trascina giù nella Terra “de noi artri”, dove tutto è meno complicato e molto più ironico. Ci voleva proprio, un tipo come Ferrero, per ricordarci che questo sport ha bisogno di tornare a ridere. Anche di sé stesso, perchè l’autoironia rende colui che la compie molto più affascinante, più alla mano. La stessa impressione che ti trasmette lui.

Avremmo potuto parlare di tanti campioni, di grandi gesti atletici e tiri impossibili. Ma non potevamo non dedicare un post alla persona che più di tutte incarna lo spirito de La Testata di Z. In fondo siamo tutti un po’ Ferrero, e a noi “ce piace”. Parecchio.

Ps: questo post sulla Fenomenologia di Ferrero finirà in un tweet spedito direttamente all’immenso Massimo. Dacce na possibilità, Presidè.

Autore

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