Duvan, el buen delantero

[stag_intro]”Se ti devo dare un consiglio tecnico, eccolo qui: palle. Un centravanti senza le palle è come una frittata di patate senza le uova”.

(Manuel Vázquez Montalbán)[/stag_intro]


Se esiste anche solo una cosa che il tiki taka ha radicalmente cambiato nei giorni che scandiscono il nostro calcio, è il modo in cui pensiamo al centravanti. Siamo sempre stati abituati a vedere il numero 9 lì nel mezzo, in quelle aree di rigore che hanno consegnato alla storia campioni come Van Basten, Ibrahimovic, Gerd Muller e tanti svariati fuoriclasse. Che quando staccavano i piedi dal suolo compivano voli d’aliante raggiungendo palloni impossibili, angeli con ali invisibili e fiuto del gol implacabile.

Eppure, il “Guardiolismo” sembrava aver imposto una nuova dittatura, tanto silenziosa quanto devastante negli effetti che ha prodotto negli ultimi anni di pallone. Il falso nueve avrebbe dovuto spazzar via il classico attaccante di peso, pedale a tavoletta sulle fasce e incursioni centrali per sorprendere l’avversario. E quando giochi così, palla a terra e velocità a mille, il centravanti non ha quasi senso, è soltanto un elemento di disturbo tra tanti Messi, Pedro e simili. Perfino lo stesso Ibra, nel suo anno marcato Barça, ha faticato parecchio ad adeguarsi ai dogmi di Pep (eppure, riuscì a segnare 22 gol nelle 46 caps in maglia blaugrana).

L’anno che sta per lasciare il posto ad un 2015 ricco di speranze, anche calcistiche, ci ha però restituito l’importanza del “vero” nueve, del corazziere d’attacco per eccellenza, quel compagno di squadra a cui passare la palla è un po’ come tenere il denaro sotto il materasso perché la crisi ci spaventa e non vogliamo sentir parlare di banche. Nei principali campionati europei spuntano, tra i top scorers, gente come The Italian Goal Machine Pellè, Alexander Meier e Charlie Austin (segnatevi questo nome, torneremo a parlarne), veri arieti la cui presenza è sempre palpabile, anche quando non lasciano un segno tangibile nel tabellino.

E nell’ex campionato più bello del mondo, cosa è rimasto degli anni meravigliosi dei Vieri, dei Toni e dei Trezegol? A parte il modenese, che continua a segnare anche al tramonto della sua carriera, ben poco.

Tra i tanti stranieri che ad ogni stagione rendono la nostra Serie A sempre più esotica, vi è un giovane colombiano con grandissima forza fisica e buon fiuto del gol. Viene dalla Valle del Cauca, dove d’improvviso puoi ritrovarti dal freddo delle Ande al clima (più o meno) temperato della costa. Un po’ quello che ha vissuto Zapata, per gli amici del presidente (De Laurentiis) Duvan, uno dei talenti più limpidi del futbol sudamericano, passato nel giro di pochi anni dalle promettenti giovanili dell’America de Calì al San Paolo, quello di Napoli, che qualche grande attaccante da quelle parti lo ha visto passare.

Il grande salto nel calcio che conta “‘o mammone”, come lo chiamano nel capoluogo partenopeo con un concetto che ricorda vagamente quello ben più conosciuto di “uomo nero”, lo compie nel 2008 a diciassette anni appena compiuti, quando fa il suo debutto nella prima squadra dei Los Diablos Rojos. Ci mette poco, Duvan, a farsi spazio (letteralmente, si intende) prima nella compagine colombiana e poi nell’Estudiantes de La Plata, dove raggiunge vette ancora più alte grazie anche ai suggerimenti (quelli di vita, ma soprattutto quelli in partita) di un monumento del calcio argentino che risponde al nomignolo di Brujita, altrimenti conosciuto come Juan Sebastian Veron. Poi, nel 2013, lo sbarco all’ombra del Vesuvio, e tanto scetticismo per uno che, appena arrivato, era stato ribattezzato come il pezzotto di quel Jackson Martinez tanto voluto ma che è rimasto lì, nel cassetto dei sogni di un’estate che sembrava promettere fuoco e fiamme (altro che scintille) dopo l’arrivo di Higuain. Eppure, nella prima stagione in maglia azzurra firma in sette occasioni il tabellino dei marcatori, con la chicca di un superbo gol d’interno destro che regala all’undici di Mazzarri la vittoria in terra marsigliese nei gironi di Champions. Chiude con un gol ogni 112 minuti, assestandosi subito tra i migliori attaccanti napoletani degli ultimi anni. Anzi, costituisce una quasi perfetta “ruota di scorta” al Pipita, ma molti continuano a vedere in lui soltanto un acerbo ragazzone che ha ancora da farsi. Ma questo, in Argentina, lo sapevano già.

Nelle stesse settimane in cui si trattava il suo arrivo in Italia Hector Fabio Gruesso, vivace penna del quotidiano El Tiempo, scriveva:

Zapata se suponía un diamante que requería ser debidamente tallado para que su brillo irradiara por el mundo y se convirtiera en uno de los más deseados.

E quel diamante grezzo, il buon vecchio Don Rafè, pian piano lo sta trasformando in un giocatore sempre più importante per rapporto minuti giocati/gol. Nelle quattordici partite in cui sin qui è sceso in campo, ha già messo a segno sei gol, scavalcando di fatto Michu (quello che faceva sfraceli nello Swansea di Laudrup e la cui misteriosa scomparsa ora darebbe filo da torcere persino a Poirot) ed insidiando nei pensieri del condottiero spagnolo anche l’ex Real Madrid. Di più, ha fatto addirittura meglio del suo compagno di squadra: una rete ogni 128 minuti, mentre ne son serviti in media 141 all’argentino per apporre la propria firma.

Non sarà dotato di tecnica sopraffina o di numeri esaltanti, ma quello che lascia intravedere Duvan è una forza fisica e mentale straripante, inscalfibile. Basta guardare il gol realizzato contro il Parma qualche settimana fa: controllo a seguire in area di rigore e sinistro dritto in rete, mentre Paletta tentava in tutti i modi più o meno leciti nel mondo del pallone di tirarlo giù, o di fermarlo. Niente da fare, Zapata aveva già segnato. Con movenze, carattere e temperamento che ricordano altri grandi centravanti del passato. Uno su tutti, senza andare troppo indietro nel tempo: Didier Drogba.

Ha voglia di arrivare lontano, el buen delantero, e lo fa parlando poco e lavorando tanto, cercando di sfruttare ogni possibilità che gli viene concessa da Benitez, sempre più convinto delle sue potenzialità e dei suoi gol. E, quando non ci riesce, pare tiri fuori una rabbia incredibile.

Chiedete a José Manuel el ‘Willy’ Rodríguez, ovvero colui che lo scoprì e lo portò nella squadra dei grandi in quel magnifico 2006: fu lui a soprannominarlo el ternero, il vitello. Perché “ogni volta che commetteva un errore tirava fuori un grido, come quello di un bovino”.

Chissà cosa pensa il buon Willy di quel ternero che ora, diventato grande, in pochi riescono a matare…

Autore

Alessandro "Pocho" Vitiello
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