<Football Code>

“The Web does not just connect machines, it connects people…”

(Sir Tim Berners – Lee)

L’alba del 6 agosto 1991 respirava, dell’aria, un sapore diverso. Qualcuno ci sperava davvero, su in Svizzera, ma il resto del mondo ancora non sapeva che, da quel martedì in poi, l’umanità avrebbe intrapreso una strada totalmente nuova. E che il villaggio globale teorizzato da Marshall McLuhan si sarebbe trasformato, di lì a qualche anno, nella più grande metropoli del pianeta. Poi è ovvio, il mondo lo puoi cambiare anche nel tuo lurido garage, ma la più grande innovazione degli ultimi due secoli è nata dentro un laboratorio nucleare. Ed è pazzesco immaginare che le conseguenze che è riuscita a scatenare siano almeno pari ad una esplosione atomica.

Se adesso scrivo queste parole, e voi potete leggerle, è perché un certo Timothy ha realizzato il sogno di connettere il globo grazie a un gomitolo informe ed infinito di connessioni. Che poi, in fondo, era un pò il sogno di tutti noi.

Come ebbe a dire quel signor Tim, che di cognome fa Berners-Lee, il web non connette soltanto macchine, ma anche persone. E allora La Testata di Z ha pensato alle cose che realmente mettono insieme menti, sensazioni, emozioni ed opinioni per essere condivise, dalla poltrona della propria camera all’angolo più remoto della Terra.

E se davvero esiste qualcosa che come e più del web unisce e divide popoli, nazioni e città, quel qualcosa è il calcio. Che move il sol e tante stelle. Non solo sul prato verde di un campo.

Così ci siamo chiesti: cosa hanno in comune i linguaggi di programmazione e lo sport più seguito del mondo?

Scavando nella cassetta degli attrezzi che ogni web developer porta con sé ogni giorno nella sua missione di trasformare qualche codice nella parte più figa del mondo, abbiamo scoperto un legame quasi intrinseco tra l’html ed il gesto aereo di un grande attaccante, o la parata decisiva dell’estremo difensore. <head> o <body> in fondo non importa, quel che conta è afferrare l’angolino inarrivabile, o arrivare laddove si disturba il tranquillo costruire di un ragnatela.

Quando arriva il fischio d’inizio sai che è giunta l’ora, the <time>, di mettere via paure, tensioni e speranze. Ora non hai nient’altro che la partita, davanti a te.

Che tu sia Vidic o Piquè, se sei al centro della difesa hai nella testa un solo pensiero: <mark>. Tieni l’uomo. Non dargli tregua. Anticipa il tuo avversario e fai sentire che ci sei. Con le buone o le cattive, va bene uguale.

Ma se giochi un tantino più in là, guardando quella mezza luna che ti separa dalla porta, non puoi non disegnare nella tua testa traiettorie che attraversano l’<area> e volano fino all’incrocio dei pali, o quella rovesciata che hai provato mille e più volte in allenamento e che un giorno, speri, ti farà entrare nel firmamento del calcio come the <legend>.

Chissà se quelli del Cern abbiano in qualche modo tratto ispirazione dal calcio, nel creare quei tag con i quali si è dischiusa una nuova epoca ma di certo, se dovessimo creare un campionato delle invenzioni più importanti della storia dell’umanità, probabilmente il web di sicuro vincerebbe il <title>, e guarderebbe Gutenberg e la sua stampa dall’alto del primo posto della <table>.

E pensare che noi italiani abbiamo avuto un ruolo importante, seppur piccolo, nella nascita del web. Perché Sir Tim fu intervistato per la prima volta sul world wide web dalla Rai, nel corso del 1993. Alla realizzazione di quel servizio fu chiamato in causa anche un certo Carlo Rubbia, vincitore del Nobel per la fisica nove anni prima e che in quel grigio ’93 era direttore del Cern. Nel corso di quell’intervista gli fu chiesto se il progetto di Berners-Lee fosse meritevole di fondi speciali di ricerca, commissionati dalla UE per lo sviluppo delle idee più innovative. La risposta di Rubbia, anche se con toni garbati e non troppo velati, fu “No. Non è compito del Cern”. E infatti il buon Tim si recò al MIT, in Massachussetts, fondando il World wide web Consortium, che abbreviato fa W3C, una delle sigle più importanti della storia civile moderna.

Evidentemente, però, deve aver preso con filosofia ed un generoso pizzico di British Humor quel rifiuto a procedere da parte del fisico italiano.

Si, è proprio così che deve essere andata.

Chissà se Rubbia è mai venuto a conoscenza del fatto che, tra tutti quei tag, ne esiste uno chiamato <samp>

</football code>

Il post è stato scritto a due mani con Alessandro “Pocho” Vitiello.

Autore

Andrea "Mosca" Cognini
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