Pensieri sparsi tra centrocampo e dischetto

[stag_intro]Sono all’incirca le 20:57 di sabato 28 Giugno 2014 quando Gonzalo Jara, difensore centrosinistro del terzetto più arretrato del Cile, si appresta a battere il calcio di rigore più importante della sua vita. Sono gli ottavi di finale di una coppa del mondo, ma non è un mondiale qualsiasi. Siamo in Brasile, terra carioca, e ogni angolo del paese è tinteggiato di colori verde-oro.[/stag_intro]


Il Cile, dopo una partita encomiabile, sta cercando di passare il turno a discapito dei padroni di casa. Ha rivaleggiato contro i cugini brasiliani, sopperendo al deficit tecnico con l’orgoglio. Ha ruggito e lottato con ardore, consapevole di poter entrare nella storia, e ora, i giocatori, esausti, sono chiamati alla lotteria dei rigori. Un pareggio, a fronte di una tale prestazione, è già gran cosa. Ma il passo verso l’impresa è breve e in questo istante il mondiale cileno passa per i piedi di Gonzalo Jara. Guardando in volto i ventidue interpreti di questo ottavo, mi rendo conto di quanto il futebol si sia globalizzato. La maggior parte di loro milita nei principali campionati europei e il loro modo di esprimere calcio è divenuta una fusione tra creatività sudamericana e pragmatismo europeo. Lo stesso Jara, sconosciuto ai più, dopo aver svolto tutta la gavetta nei campionati giovanili cileni, da oltre 6 anni difende con tenacia sui campi inglesi, Premier o Championship che sia.

E’ innegabile: il calcio è cambiato. il sistema calcistico nella sua interezza è cambiato.  E di conseguenza anche le figure protagoniste sono mutate. Spesso sento dire che una “Bandiera” (calcisticamente parlando) è un giocatore che ha sacrificato gli interessi personali per il bene di un solo ed unico club. Tempo addietro era una definizione sacrosanta ma che, a mio modesto parere, al giorno d’oggi andrebbe rivisitata. Banalizzando il concetto, tra gli anni ‘60 – ‘70, la nascita di figure sportive e professionali in grado di vestire gli stessi colori sociali per l’intera carriera era semplice: la mentalità chiusa e le difficoltà nei trasferimenti, sia da un punto di vista logistico che contrattualistico, creavano una dimensione perfetta affichè prosperassero le cosiddette bandiere calcistiche. A partire dagli anni ‘80,  il calcio ha iniziato a subire una profonda mutazione, sia in termini di dinamiche di gioco che sociali.  Si cominciavano a vedere alcuni sporadici frutti della “rivoluzione culturale” dell’Ajax anni ’70: squadre che facevano partecipare al gioco anche i difensori, attaccanti che rientravano e azioni in pressing. Negli anni ‘90 iniziamo ad avvicinarci ad un calcio futuristico, fatto di potenza, coralità e tatticismi. Le movenze lente ed armoniche si evolvono, diventando sempre più rapide, nette e spregiudicate.

Il calcio è diventato altalenante. Spesso arrogante e nervoso. Spesso elegante ed equilibrato. E anche la figura della “bandiera” ne ha risentito. Seguendo logiche darwiniane, si è dovuta adattare, frazionandosi in nuove definizioni. A questo scopo mi vengono in aiuto Javier Zanetti, una leggenda e Juan Sebastian Veron, una bandiera in chiave moderna.

Il primo, calciatore stakanovista, esemplifica perfettamente l’astrazione di leggenda. Così come lui si hanno Ryan Giggs, Francesco Totti, Alessandro Del Piero e pochi altri. Il sacrificio e l’amore per il proprio club li hanno resi immortali. Ognuno di loro ha alle spalle una storia differente, ma per quanto diverse, molto le accomuna: una sorta di rapporto simbiotico tra club e giocatore.

In primo luogo una società ti deve mettere in condizione di diventare leggenda; successivamente le tue decisioni possono trasformarti in essa. Devi ricevere fiducia, rispetto, comprensione. Devi instaurare legami profondi, a partire dai tifosi fino ai magazzinieri. Devi trasudare carisma, essere leader e condottiero inarrendevole. Devi giocare. Spesso. Ma se non dovessi giocare, allora, il lato professionale deve arginare la rabbia di non essere in campo. Solo allora, partita dopo partita, allenamento dopo allenamento, anno dopo anno, un semplice e comune giocatore inizia a mutare la sua figura. L’amore viscerale per i colori sociali si consolida e, improvvisamente, ci si rende conto di come quel giocatore stia incarnando i valori sportivi e sociali del club. la squadra si fa religione, il professionista si fa profeta e agli occhi del mondo si consolida una figura leggendaria.

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Leggenda.

Diversamente, Veron, ha passato la sua carriera a calcare i principali palcoscenici europei. Viene lanciato dall’Estudiantes, dove si era affermato il padre, ma sapeva che se avesse voluto vincere, avrebbe dovuto attraversare l’oceano. Così è stato. 4 coppe Italia, 2 campionati italiani, 2 supercoppe italiane, 1 Premier league e 1 Coppa Uefa. Il tutto ottenuto indossando 6 casacche differenti e mai la stessa per più di due anni di fila. Veron è stato sempre un giocatore eclettico ma ordinato. Il gesto che lo incarna meglio è un lancio preciso, veloce e silenzioso. Quando la palla esce dal suo piede, attraversa l’aria immobile. Si può leggere la marca sul pallone, tanto è pulito il suo calcio. Meraviglioso.

Nel 2006, convinto di aver esaurito i suoi migliori anni, torna in Sudamerica. Rifiuta la chiamata del Boca, per tornare all’origine della sua storia. Nell’Estudiantes. Vince ancora due campionati di Apertura e una Coppa Libertadores. Oltre a due palloni d’oro sudamericani.

Nel 2010 l’Estudiantes gioca la finale di Coppa del Mondo per Club contro il Barcellona. Verón per i suoi compagni di squadra è molto più di un «líder», e si sente di voler fare questo discorso:

«Gli uomini, nel calcio come nella vita, le opportunità se le vanno a cercare. Però, per cogliere quelle opportunità, bisogna saper sognare. E noi stiamo inseguendo un sogno come gruppo, come famiglia, come quella che ci segue dalle tribune. […] Ripeto: là fuori c’è la nostra famiglia. Non possiamo deluderla. »

Se volete avere un’idea di quanto Veron sia una bandiera dell’Estudiantes de la Plata, basta ascoltare le sue parole. Ha vestito tante maglie, lottato per molti club, ma in fondo il suo cuore è sempre rimasto bianco/rosso.

 

«L’Estudiantes è la mia casa: io sono nato qui, e qui è dove ho scelto di ritirarmi, come ho sempre desiderato. Lascio l’attività felice, non posso chiedere di più: è stato un bellissimo finale di carriera. Ho sempre tentato di dare tutto, e spero che i tifosi mi ricordino per questo. Voglio riassumere in una sola parola ciò che sento: grazie. Grazie per essere stati una parte della mia vita e avermi dato così tanto. Sempre, in una maniera o nell’altra, io sarò con voi dell’Estudiantes»

 

Il calcio è cambiato. In mezzo a questo marasma di foche da circo, brillano alcuni uomini, professionisti simbolo di questo sport. Taluni hanno attraversato il cambiamento sempre con gli stessi colori addosso, sempre dalla stessa parte. Altri hanno abbracciato il cambiamento e si sono fatti trasportare, inseguendo i loro sogni, ben consapevoli delle loro radici.

Ora non so se in un universo parallelo Gonzalo Jara sarà destinato a diventare una leggenda o a essere ricordato come bandiera del Colo-Colo. In questa realtà è ancora un semplice cileno trapiantato nel campionato inglese. E per di più,  il suo rigore si è infranto sul palo.

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Autore

Alessandro "Gnoma" Vignocchi
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