Non ritirate quelle maglie

“La maglia numero 10 della Juve deve essere indossata, non ritirata. È bello che tutti i bambini possano sognare di giocare con una maglia che in 113 anni è stata vestita da grandissimi campioni. La Juve c’è stata, c’è e ci sarà a prescindere da Alessandro Del Piero.” 

A. Del Piero


Il calcio è uno sport straordinario perchè dotato dell’innato senso dell’inspiegabile, quei significati anche simbolici che nell’attimo in cui si realizzano fatichi a comprendere ma che poi, capirai tempo dopo, danno un’impronta profonda alle pagine di storia di questo sport.

Una delle cose che personalmente non riesco a spiegarmi, e che ultimamente mi danno molto da pensare, potrei sintetizzarla in maniera semplice ed efficace, più o meno così:

Perché ritirare le maglie di calcio in omaggio al calciatore a cui è appartenuta? Ha davvero un senso? E se esso esiste, qual è?

Il dubbio amletico mi è sorto qualche tempo fa, quando l’Inter ha ufficializzato l’addio al numero 4 che per diciannove, meravigliosi anni è stata sulle spalle di Javier Zanetti (e ancor prima su quelle di Lele Oriali). Lo stesso, grande capitano nerazzurro aveva espresso il desiderio di lasciare quella maglia a chi, dopo di lui, avrebbe potuto incarnare lo spirito che ha contraddistinto i suoi illustri predecessori.

Allora mi chiedo se sia giusto riporre nella vetrina di qualche museo societario ciò che rappresenta il sogno di ogni bambino, come magnificamente descritto da Del Piero nella citazione che apre questa riflessione. E la risposta che mi sono dato, in tutta onestà, è no.

La magnifica parabola storica di questo sport è stata segnata (e continuerà ad esserlo) da campioni che hanno fatto letteralmente sognare grandi e piccini. E, ben presto, tutto questo mondo simbolico di eroicità, unicità e gloria sportiva venne impresso in un unico segno: il numero di maglia. Sarà stata forse l’ovvietà della numerazione dall’uno all’undici che ha caratterizzato (ed in qualche modo continua ancora adesso) tutte le formazioni scese in campo sino al 1995 (anno in cui si decise per la scelta libera), sta di fatto che a quei numeri abbiamo attribuito imprese, storie e personaggi che ci hanno appassionato.

Ferdinand de Saussure, fuoriclasse assoluto della semiologia moderna (ovvero lo studio dei segni inteso come “qualcosa che rinvia a qualcos’altro”, e quindi delle dinamiche attraverso cui acquisiscono un determinato valore, anche e soprattutto culturale) sosteneva che il segno è il connubio perfetto tra un significante (ovvero la sua espressione grafica, definita appunto anche piano dell’espressione) ed un significato (vale a dire il concetto, l’idea o il mondo simbolico che gli uomini attribuiscono ad esso e che viene anche definito piano del contenuto). Se penso alla “10”, ad esempio, mi torneranno subito alla mente Pelè, Maradona, Platini, il genio, la sregolatezza, l’estro e la creatività. Il numero 1 poi beh, quello si racconta da solo.

L’essenza vera del calcio, ciò che lo rende così grande, è poter immaginare di indossare quella maglia, di segnare un gol come il nostro idolo e di esultare sotto la curva con lo stadio strapieno che urla il tuo nome. È sognare di poter ereditare la 10 di Del Piero, o il 7 dello United che fu di Best, Cantona e Beckham. O il 4 di Zanetti.

Spesso il ritiro di una maglia è un segno di ringraziamento per la devozione di un calciatore verso la squadra che ha rappresentato con gloria e vanto; come il signore nella foto di cui sopra, oppure i vari Riva, Baggio o Zola, la cui maglia è stata ritirata per i servigi resi ad “Her Majesty”. Che tu sia Johan Cruijff o Claudio Ciccia (uno con un passato senza molta fortuna al Chioggia, ma che detiene ancora il record di gol in una sola stagione, ben 41, nella Primera Liga della Costa Rica, e dalle che ora ogni cosa punta sempre al disastro brasiliano) ciò che conta di più per i tifosi è quello che hai dato sul campo e fuori per la tua squadra, spesso segno di un amore spassionato e senza confini (e chi ama, si sa, difficilmente poi dimentica).

In altri casi si dona alla gloria calcistica eterna un numero appartenuto ad un calciatore deceduto, e non importa se la tragica circostanza sia avvenuta sul campo o meno. Non si può non ricordare Antonio Puerta, Marc-Vivien Foè, Miklós Fehér o il nostro Morosini e gli altri atleti che il destino ha voluto sottrarre al racconto di questa straordinaria storia.

E poi c’è anche chi, come il buon vecchio Aldair, si è visto riassegnare la numero 6 che la Roma aveva incorniciato a Trigoria, per essere restituita ad uno Strootman “qualunque”.

Credo che, a parte i casi particolari sopra citati, sia giusto dare la possibilità ad altri talenti di poter continuare la leggenda dei grandi numeri (e dei grandi calciatori). Se il Barcellona dovesse di punto in bianco decidere di consegnare alla storia le maglie degli artisti del tiki taka, forse bisognerebbe inventare un intero nuovo sistema numerico.

L’emozione di poter avere “quel” numero sulle spalle, e sentire sulla propria pelle i sentimenti, le paure, le pressioni e la soddisfazione di vivere l’esperienza vissuta da altri sono più grandi della leggenda stessa, ed è per questo che devono essere sempre portate avanti, come un anziano che tramanda al giovane le lezioni che la vita ha scolpito nella sua memoria.

Come quando, il 2 Luglio del 1994, un giovane colombiano di Rionegro, una cittadina poco lontana da Medellin, apprese dalla radio, come ancora si faceva in quegli anni, dell’omicidio di Andres Escobar, difensore centrale e talentuosissimo che ebbe l’unica sfortuna di deviare verso la propria porta il cross dell’americano John Harkes, in quella maledetta partita dei mondiali giocati a casa dello Zio Sam. Quel ragazzino appena diciottenne promise a sé stesso che un giorno avrebbe giocato coi cafeteros col numero che apparteneva ad Andres, il 2. Quel ragazzino era Ivan Ramiro Cordoba, il resto lo conoscete già.

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Autore

Alessandro "Pocho" Vitiello

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