La Nikefobia, quello che pensi giocando a calcio

Il pianto di David Luiz dopo la disfatta contro i tedeschi.

“Reality is that which, when you stop believing in it, doesn’t go away.” (P. Dick, How To Build A Universe That Doesn’t Fall Apart Two Days Later, 1978)


Spesso, mentre guardo una partita di calcio, di basket o una gara di Formula 1, mi chiedo cosa pensi un atleta nei momenti più importanti della sua performance. Se avessi avuto un nichelino per tutte le volte che me lo sono chiesto, a quest’ora sarei milionario più o meno quanto Ibra. Forse.

Un tizio, una volta, ebbe a dire che l’uomo è fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Quell’uomo, vero o fake che fosse, si chiamava Shakespeare, e probabilmente pochi altri sono riusciti a penetrare così a fondo nell’animo umano come lui. Aveva quell’incredibile capacità di lasciar parlare il cuore fino a spingersi al limite della stessa comprensione umana. William aveva ragione anche se, per sua fortuna o sfortuna lasciamolo decidere ad altri, non ha mai conosciuto il calcio (forse il “fiorentino”, ma quella è un’altra storia). Il sogno del tifoso, di qualsivoglia sport sia autorevolmente malato, è entrare nella mente del campione, esplorare i percorsi che questa compie quando ci si avvicina al dischetto per calciare il rigore decisivo, mirare l’ultima tripla a un sospiro dalla sirena o piegarsi prima di sverniciare il proprio rivale e sorridergli nello specchietto.

A pensarci bene, quasi tutti gli episodi epici che il calcio ha disegnato con solco profondo hanno quell’aurea di leggenda alimentata proprio dalla psicologia che spinge gli uomini a compiere qualsiasi gesto quotidiano.

Figuriamoci quando si tratta di pallone.

Chissà quali pensieri vagavano nella testa di Grosso in quella benedetta finale del 2006, lui che pochi anni prima calcava i campi del Chieti in C2. E quali spinsero con inaudita furia Zizou in quella stessa partita, scegliendo di uscire di scena nel modo meno consono per l’ultimo, vero Van Gogh del novecento calcistico. Sin da bambini ci viene insegnato che la storia la scrivono i grandi, e quella del football non può che seguire lo stesso paradigma. Ma se quel racconto avesse un io narrante diverso, quello dei protagonisti che loro malgrado subirono “passivamente” l’impeto degli episodi che li hanno resi celebri, avrebbe un sapore decisamente più amaro. Non di sconfitta o di umiliazione. Ma di frustrazione per essere entrati nel libro degli indimenticabili dalla porta secondaria, tipo quella per gli animali domestici delle villette a schiera americane.

Ancora adesso, a distanza di un almeno un anno luce da quell’estate dell’86, Peter Shilton è lì a cercare un motivo sufficientemente valido per spiegare la svista di Ali Bin Nasser e la mano più famosa del mondo, quella che spinse El pibe de oro e l’Argentina verso la “copa”.

“I blame the referee and the linesmen because that is what they are there for. We were let down by the officials.”

maradona
La mano de dios.

Non è mai facile tenere i nervi ben saldi, soprattutto quando in gioco c’è molto di più di una semifinale. Quando a contare davvero è la tua reputazione anche il più piccolo segnale, percepito nella solitaria distanza che separa il portiere dai suoi compagni, può destabilizzare il tuo equilibrio, travolgendoti con uno tsunami mentale di proporzioni gigantesche. E prendendo a calci una bottiglia d’acqua come fosse quel pallone che hanno tolto dalle tue mani. Povero Cillessen, un mondiale da protagonista (e giocato da titolare) e un quarto di finale lasciato lì a un passo dal traguardo, per fare spazio a colui che parerà due rigori e salirà sul tetto del mondo (mediatico) assieme al suo allenatore, in un momento di puro misticismo pallonaro.

E anche la beffa di doversi scusare per il gesto d’ira, perché “Non sapevo nulla e non capivo perchè Krul si riscaldasse, volevo restare in campo fino alla fine e sono uscito arrabbiato”. La voglia di vincere ha reso Van Gaal il genio della panchina per eccellenza, ma spesso il desiderio di non deludere i propri tifosi si trasforma in paura. E la nikefobia (la paura di vincere, del dover vincere a tutti i costi) nella sua forma più estrema di incapacità di lottare per raggiungere il proprio obiettivo, finisce per generare delusione. Il pianto dei brasiliani, di David Luiz e di Julio Cesar, è lo sconforto che accompagna il fallimento sull’uscio dell’onta intercontinentale, quando sai di aver disilluso milioni di connazionali raccogliendo sette volte il pallone dalla tua porta, svegliando favelas e spiagge dipinte di giallo e verde da un sogno quasi già scritto.

Riportati alla realtà nel modo più crudele possibile. Quello che non dimenticherai mai, anche se ti sforzi di pensare che non sia mai accaduto nulla, e che si tratti soltanto di un incubo vestito da Thomas Muller così, tanto per ricordarti che è successo davvero.

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