Me, myself and Charlie George

“Once upon a time, the idea of George playing for England was about as plausible as the prospect that Mick Jagger might one day appear at La Scala Milan.”
David Lacey, The Guardian


Immaginate per un attimo la storia del calcio come l’archivio impolverato di una vecchia stazione di polizia degli anni ’80. Una di quelle tipo la serie tv “Hunter”, il detective che si presentava sempre con un “Ora tocca a me”.

Tra i faldoni di casi ed investigazioni che riempivano quelle stanze trovavano posto le indagini più complesse, magari quelle rese famose da qualche principe del foro in cerca di gloria e dalle luci di fotografi e media annessi. Ma in qualche angolo si trova sempre qualche “Cold case”, un file nascosto dall’ombra della ribalta che però ha una storia altrettanto bella e romantica da raccontare.

La metafora di faldoni e storie di calcio non è poi così sbagliata, perché se è vero che tutti ricordano le magie di Baggio o la devastante potenza di Batistuta pochi hanno invece memoria di un football non così lontano da noi nel tempo quanto per risonanza, i cui echi rimbombano ancora assordanti lì dove sono nate e rimaste vive nei ricordi dei tifosi.

Islington è uno dei borghi a Nord di Londra. Un mondo meno caotico di Victoria Station e Piccadilly Circus, un angolo di UK dove sventola alta una sola bandiera, di rosso e bianco vestita. Perché se nasci ad Islington negli anni ’50, non puoi che tifare Arsenal. E se ami il calcio, da quelle parti non puoi che sognare Highbury, che poi è l’Emirates Stadium soltanto spostato un pò più in là perché loro, gli inglesi, amano guardare il passato dritto negli occhi, per ricordare sempre da dove son venuti.

Charlie George aveva appena cinque anni, quando mise per la prima volta piede nel vecchio, glorioso Highbury illuminato d’immenso dal genio di Herbert Chapman, colui che di fatto diede al calcio, più o meno, il volto con cui lo conosciamo oggi. Come tutti i bambini aveva un grande sogno, Charlie: diventare un giocatore dei Gunners. Solo e soltanto dei Gunners. La sua fantasia volava però ben oltre i pensieri di un bambino, arrivava fino al suo destro mansueto, più docile del suo essere un Balotelli d’epoca, poco superstar ma estremamente ribelle. Il nono giocatore più forte della storia dell’Arsenal in campo era tanto talentuoso quanto poco propenso al dialogo, sia con i suoi allenatori che con gli avversari. Il vecchio Bertie Mee ne sapeva qualcosa, dato che spesso lo relegava nelle riserve per le sue sfuriate, ma poi lo ributtava nella mischia perché lui era un figlio di Highbury, ed era amato dai tifosi anche per quella cattiveria che Holloway, la zona di Islington in cui è cresciuto, insinua dentro di te sin dalla culla. Come quando saltellò sul torace di Ron Harris, difensore del tanto odiato Chelsea (non si va molto d’accordo coi Blues, da quelle parti), o quando fu retrocesso in seconda squadra per aver rifilato una testata ad un certo Kevin Keagan, e qui vien fuori qualcosa di simile ad un Zizou-Materazzi “d’annata”. Perfino in nazionale la sua indole emerse in tutta la sua purezza: una sola partita, soltanto sessanta minuti giocati da ala esterna un pò spaesata. Quando fu sostituito polemizzò con Don Revie, che in pratica era l’alter ego di Mee in federazione, chiedendo con ironia da quale parte del campo uscire. Molti si chiedevano se Charlie fosse realmente adatto alla causa dei Tre Leoni, come scrisse il giornalista David Lacey sul The Guardian nella citazione che apre questo post.

Ma Charlie era maledettamente bravo, col pallone. Iniziò da attaccante, ma dopo un grave infortunio al ginocchio e la conseguente perdita del posto da titolare fu sistemato dietro le punte, per supportare con la sua classe un altro mostro come George Chapman. Tutti all’Emirates lo ricordano per il gol che decise la finale di FA Cup del 1971 contro il Liverpool di Bill Shankly e per la sua esultanza passata alla storia, ed ancora oggi ricordata nel museo ufficiale del club con una vera e propria statua. Pochi interminabili secondi disteso sull’erba di Wembley, ed una leggenda metropolitana che racconta di una sua erezione proprio dopo il gol ai Reds. “Bullshit”, si potrebbe dire, “I never got an erection after scoring a goal”. Magari non tu, Charlie, ma i tifosi si, perché quell’anno fu incredibile, con il primo double della loro storia, che per fortuna non sarà neanche l’ultimo.

charlie george
Riproduzione dell’esultanza di George dopo il goal vittoria in Fa Cup

Il suo “masterpiece” lo dipinse con una maestosità degna del miglior Giotto nella doppia semifinale di Coppa Campioni che disputò qualche anno dopo contro i blancos di Madrid, quando vestiva Derby County. Altra maglia, altra storia. Eh già, perché dopo aver lasciato Londra a causa dell’ennesimo litigio con Mee passò ai Rams, ai quali qualche anno prima aveva segnato esultando con una polemica V di vittoria che costerà a lui una bella multa, e ai tifosi una cascata di “bottiglie e lattine”, come ricorda Nick Hornby in “Febbre a 90°”.

Quella semifinale la giocò praticamente da solo, e da solo riuscì a mettere in crisi l’intero Real, siglando un hattrick all’andata ed un altro gol al ritorno. Ma non servì ad abbattere il muro del sogno: 4-1 per il Derby all’andata, 5-1 per il Real al Bernabeu. E tanti saluti alla coppa dalle grandi orecchie.

Dopo un lungo peregrinare tra Honk Hong e Stati Uniti, l’animo ribelle di Charlie decise che era ora di mettere la testa a posto. Aprì un pub nel New Hampshire, ma resterà sempre legato, e lo è ancora adesso, alla timeline dei Gunners.

Islington, fine marzo del 2012. Il desiderio di conoscere Highbury ed ammirare il nuovo Stadium mi spinsero nella Tube, verso nord. Cercavo info per acquistare i biglietti, ho trovato uno spazzino ed un signore distinto, sulla sessantina, che mi indica come raggiungere il varco di ingresso al tour dello stadio. Ringrazio e mi allontano. Poco dopo una voce mi chiama: “Hey Sir! Hey Sir! Come here!”. Era lo spazzino. “Do you know who that man is?”. Certo che no, per me era solo il tipico englishman ben vestito. “He’s one of the most important players in Arsenal history!”. Mi indica un vialetto di bandiere sventolanti, con le leggende più recenti raffigurate come divinità greche: Henry, Pires, Vieira, Tony Adams. E lui.

Avevo conosciuto Charlie George. Ma l’ho saputo soltanto dopo.

Autore

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