Tra bandiere e leggende

La grande popolarità del calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi

Z. Zeman


10 maggio 2014. Stadio Giuseppe Meazza di Milano. Sono circa le 23, la partita è finita da un po’, ma i tifosi non sono ancora andati via. Sono lì ancora, scattano foto, cantano cori, festeggiano. Staranno festeggiando la fine del campionato? Festeggeranno lo scudetto? No, sono lì e aspettano qualcuno. Nel campo sta entrando un giocatore, un uomo, una bandiera, Javier Adelmar Zanetti. All’età di 41 anni si congeda dal calcio giocato tra le lacrime dei tifosi con queste parole “Vi amerò per sempre”. All’età di 41 anni è il calciatore con il record di presenze nella Beneamata (858).

In quel momento anche un monaco induista avrebbe capito che quello che si stava celebrando non era il calcio degli sponsor e delle TV. Quel momento era semplicemente il calcio. Quello dei campetti improvvisati dai bambini, quello delle storie di Brera, quello della gente. Il giorno dopo con un po’ di disorientamento ho letto tutti gli articoli che parlavano di questo addio e tutti piangevano il declino del calcio delle bandiere, sottolineando come il capitano interista fosse una delle ultime rimaste. È strano come tutti si accorgano di quello che perdono e non di quello che hanno. Quando sento che non esistono più bandiere nel calcio, penso ai De Rossi, ai Totti, ai Conti e per guardare all’estero ai Lampard, Terry, Xavi, Iniesta e Lahm. Torno indietro a 19 anni fa e mi chiedo cosa stava pensando Zanetti quando veniva presentato a Palazzo Durini insieme ad un facilmente dimenticato Rambert. Sicuramente non che sarebbe diventato una Leggenda. Penso ad Alessandro Del Piero quando nel 1993 esordì a Foggia con la Juventus. Cosa stava pensando mentre sostituiva Ravanelli? E cosa pensavano i tifosi vedendo entrare uno sbarbato 19enne? È vero il calcio sta cambiando, le squadre per sopravvivere sono costrette a trasformarsi in finanziare. Gli stadi non sono più spalti e campo, ma adesso anche negozi, musei ristoranti, cinema…

I soldi portano le vittorie. I più ricchi vincono, gli altri arrancano dietro. Assisteremo sempre di più ad acquisti milionari anche di gente normale (David Luiz ndr). Tutto vero, ma la bellezza del calcio è che sfugge alla logica. Perchè il calcio è fatto di uomini. Si, uomini come Ibrahimovic, ma anche come Zanetti. Per ogni Ibrahimovic ci sarà sempre uno Zanetti. Per uno che accetta l’offerta migliore, ci sarà sempre qualcuno che la rifiuterà per qualcosa di più importante. Zanetti rifiutò offerte milionarie dal Real Madrid per rimanere nell’Inter anche quando i bauscia di Milano arrancavano dietro ai cugini e alla Giuve di Moggi. Totti ha rifutato tutte le squadre più importanti d’Europa per rimanere nella capitale. Ora è l’ottavo re di Roma. Come disse Crespo in un’intervista c’è qualcosa di più importante dei soldi. Persino Ibra lo aveva capito quando passò dall’Inter al Barcellona. Andò in quella che era considerata la squadra più forte del mondo non per i soldi, ma per vincere la coppa dalle grandi orecchie e avere la strada se non spiananta quasi per il Pallone d’oro. È vero a volte ci si mette anche la sfiga, ma questa è un’altra storia. A questo punto la domanda da porci è: “cos’è una bandiera”? Come si può distinguere una bandiera da un giocatore normale? Credo che in nostro aiuto possano venire i numeri. Il dato che dovremmo tener presente è il numero di presenze con la stessa maglia. Consideriamo una soglia oltre la quale un giocatore può considerarsi una bandiera. Direi che 400 (grosso modo 10 stagioni) possa essere un numero ragionevole. Ora non ci resta che sfogliare l’almanacco.
L’anno 1997/98 è lo spartiacque tra il calcio moderno e quello contemporaneo, tra il calcio dei tifosi e quello degli sponsor. È l’anno in cui le PayTV iniziano a dettare legge e in cui Nike entra prepotentemente nelle logiche del football, creando le scarpe “Mercurial”, ispirate al giocatore più forte del momento, Luis Nazario da Lima, aka Ronaldo il “Fenomeno”. Ci si immagina che da questa data le bandiere inizino drasticamente a diminuire, ma dal 1998 ad oggi il mondo del calcio annovera alcune tra le più grandi leggende.

E l’elenco potrebbe essere molto più lungo.
Ciò dimostra come le bandiere esistono ed esisteranno sempre perchè essere legati ad una squadra significa anche appartenere a qualcosa di più grande di un semplice club di calcio. “Mas que un club” direbbero Xavi&Co. E sono fiducioso che le nuove generazioni non ci deluderanno. Penso a De Rossi, a Marchisio e perchè no a Kovacic (chi dice che non potrebbe diventare una bandiera dell’Inter nei prossimi anni?). E sono contento che esistano ancora i giocatori che (giustamente) seguono la moneta, perchè gli eserciti sono fatti di mercenari e di eroi. Ed è solo grazie ai primi che quest’ultimi vengono ricordati.

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Giuseppe "Mesh" Masciale

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