La crisi del calcio italiano “No Money No Party”

È evidente il calcio è cambiato e quello italiano non riesce a stare al passo. Ce lo hanno detto in tutti i modi, lo abbiamo visto ogni estate con le sessioni di mercato, ogni primavera con le nostre squadre sbattute fuori dalle competizione europee sempre prima del previsto; il nostro calcio sta morendo. Come il Paese Italia anche il calcio, “la cosa più importante tra le meno importanti” come direbbe Sacchi, non ha più una visione, ma si arrabatta tra le discussioni in Lega in cerca di un po’ di ossigeno. Il campionato più bello del mondo, quello delle “sette sorelle” ora è solo un triste e malevolo ricordo. La causa? Non c’è solo una causa, ma molte e di diversa natura. È un fenomeno molto più complesso di quanto non si dica, un intrigo di poteri e soldi.


Standard & Poor’s ha stilato una graduatoria della stabilità finanziaria di 44 top club europei, basandosi su tre parametri: qualità e prudenza nella gestione, solvibilità e liquidità. Da questo studio è emerso che non solo nessuna delle squadre italiane ha ottenuto la “Tripla A”, ma che nessuno dei nostri club è tra i primi 10. Butto giù altri dati per sottolineare quanto siamo messi male. Sette squadre della serie A sono prive di sponsor. Alcune hanno pretese molto alte (Roma), altre hanno perso semplicemente appealing (Lazio, Fiorentina, Genoa, Sampdoria, Palermo e Cesena). Perchè un brand dovrebbe investire in un campionato che registra solo 1,18 milioni di maglie vendute contro una media continentale di 2,6 (5,14 mln della Premier; 3,10 mln della Liga; 2,32 mln della Bundesliga; 1,22 mln della Ligue 1)? Quando un anno fa la Juventus è uscita con un comunicato che sanciva la sponsorizzazione di Adidas per una cifra intorno ai 23 milioni annui a partire dal 2015 (11 mln in più rispetto a quanto prende da Nike) molti hanno pensato che forse in Italia non tutti erano messi male. Poi però, si sono ricreduti quando a luglio Adidas e il Manchester United, che tra l’altro quest’anno non partecipa a nessuna competizione europea, hanno siglato un contratto di sponsorship pari a 94 mln annui. Una differenza di 71 milioni! Basterebbe solo questo per capire quanto siamo caduti in basso. Il problema è che il bacino d’utenza del calcio italiano è molto più spostato sul mercato interno che su quello estero. Il dislivello d’altronde, è evidente anche sul prezzo della Lega: 16 milioni di euro all’anno della Tim per firmare la serie A contro i 50 milioni di sterline a stagione della Barclays per la Premier. L’assurdità di questa crisi sta tutta nella dittatura delle Pay TV. Tutto ruota intorno alla spartizione dei loro diritti.

“Nella ripartizione di questi proventi è necessario condividere un meccanismo in grado di riconoscere sia il valore dei grandi club, cui la Juventus appartiene, sia tutelare economicamente quelle società che, per disavventure di carattere sportivo, dovessero in futuro trovarsi ad essere escluse dalla serie A. La mancata partecipazione alle coppe europee è oggi un incidente che colpisce le società di medie e grandi dimensioni, ma la retrocessione dalla A alla B è un’evenienza che mette in discussione perfino la continuità e la sopravvivenza di qualunque club.”

Di questa dichiarazione di Agnelli vorrei evidenziare la prima parte “è necessario condividere un meccanismo in grado di riconoscere il valore dei grandi club”. Il più grande errore del gotha del nostro calcio e della politica è stata la contrattazione collettiva dei diritti TV introdotta dalla legge Melandri-Gentiloni. Il meccanismo di ripartizione introdotto da questa legge si basa su 3 criteri con cui viene diviso il REN (Risorse Economiche Nette):

– 40% in parti uguali

– 30% in base al bacino di utenza (tifosi e cittadini del comune in cui gioca la squadra)

– 30% in base ai risultati sportivi

Ora, in un mondo ideale la contrattazione collettiva è il sistema più democratico che ci sia. Non a caso tra i principali campionati europei solo la Spagna ha ancora un sistema di contrattazione individuale (da qui la posizione dominante di Barcellona e Real Madrid). L’Italia però, è tutt’altro che un mondo ideale. C’è da chiedersi se non valga la pena rivalutare questa modalità di contrattazione a favore di una che valorizzi i nostri principali club e li porti a competere alla pari con quelli europei. Certo, questo potrebbe avere dei risvolti negativi per le altre squadre, ma se consideriamo che storici attori del calcio italiano, come Padova e Siena, sono falliti nonostante questa legge, allora un tentativo andrebbe fatto. Si potrebbe creare, come propone l’Equipe per la Ligue 1, un campionato d’élite con un numero inferiore di squadre tutte grosso modo allo stesso livello, esprimendo un calcio più affascinante (meno attendista) e più vendibile all’estero. Secondo il Deloitte Football Money League sui fatturati dei maggior club d’Europa, le italiane sono quelle che dipendono quasi totalmente dai proventi dei media (in media il 43% del totale).

“A me piace il modello degli Usa, dove lo sport funziona e va avanti con gli introiti che arrivano dalla pubblicità e dai contenuti, oltre che ovviamente dal merchandising e dalla vendita dei prodotti in licenza”.

Eric Thohir al Financial Times.

La sfida del calcio italiano sta proprio qui, trovare modalità di revenue alternative e complementari ai diritti TV che nella maggior parte dei casi (vedi Inter, Juve e Milan) non riescono nemmeno a coprire tutti i costi fissi, ma che sono la quasi totalità dei soldi che entrano nello loro casse. La prima idea è lo stadio di proprietà. Ogni squadra deve avere il suo. Non più stadi fatiscenti e mezzi vuoti, presi in affitto dai comuni, ma uno stadio che abbia al suo interno hotel, ristoranti e negozi. Bisogna entrare nell’ottica che un club di calcio non è più solo un club, ma è un Brand. Un marchio da esportare e vendere ovunque, al pari di Apple e Coca Cola. Se i nostri dirigenti non entrano in quest’ottica allora non avremo via di scampo. Lo stadio deve rappresentare un elemento imprescindibile per raccontare il brand, esportarlo e venderlo. E qui entrano a gamba tesa la politica nazionale, che dovrebbe garantire la sicurezza all’interno e all’esterno dello stadio, e la politica locale, che dovrebbe agevolare la costruzione di nuovi o il riammodernamento di quelli esistenti. In Inghilterra praticamente tutte le squadre hanno uno stadio di proprietà, in Italia solo la Juventus. Se nel resto d’Europa il peso degli stadi nel fatturato ha un range del 22%-33%, in Italia è intorno al 15%. È chiaro che c’è tanto da fare. Lo stadio è solo il primo passo per rendere il nostro calcio vendibile all’estero. Se non creiamo interesse in mercati come l’America, il Sud Est asiatico e l’India non saremo mai più competitivi. Abbiamo una grande opportunità davanti, bisogna saperla sfruttare. Basta prendere d’esempio la serie B. Da quando ha una lega tutta sua, la serie cadetta è notevolmente cresciuta, attraverso il salary cap, il marketing associativo e gli stadi di proprietà. Salary cap. I club possono superare il tetto massimo, fissato a € 150K/anno (più 150K euro variabili in base ai risultati sportivi) purché il totale degli ingaggi di tutto lo staff non superi il 60% del valore del fatturato, escluse le plusvalenze e i prestiti onerosi. I soldi provenienti dallo sforamento del salary cap non vengono dispersi. Sono destinati alle squadre Primavera, Allievi e Giovanissimi delle società cadette che si qualificano per la final eight dei campionati nazionali giovanili. Marketing associativo (“B Club”). La Lega negozia e centralizza tutti contratti di sponsorizzazione con i partner istituzionali. Gli introiti vengono poi distribuiti alle squadre. Come a dire: “l’unione fa la forza”. Stadi di proprietà (“B Futura”). Si tratta di una piattaforma che riunisce 11 club di B e che prevede lo sviluppo di un iter da seguire per le squadre che vogliono riammodernare o avere nuovi stadi, senza piste d’atletica e più adatti al calcio.  Semplici operazioni che hanno reso la serie B economicamente più solida e ricca, oltre che spettacolare dato l’elevato numero di giovani talenti che la popolano. Mi chiedo perché Abodi, presidente della Lega serie B, ce l’abbia fatta e Beretta, presidente della lega serie A, no. Sicuramente è una questione di lotte politiche interne … [to be continued]

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Giuseppe "Mesh" Masciale
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