Quando il calcio era Democracia (Corinthiana)

Some people believe football is a matter of life and death. I’m very disappointed with that attitude. I can assure you it is much, much more important than that.

Bill Shankly


Già, aveva proprio ragione, il caro vecchio Bill. Una vita passata a costruire la leggenda della Merseyside di cui diceva, orgogliosissimo, che ha soltanto due grandi squadre: il Liverpool e le riserve del Liverpool. Ma il calcio, spesso, scrive pagine che vanno oltre i limiti imposti da righe bianche e da regole prescritte per raggiungere dimensioni più elevate, quasi metafisiche o filosofiche. Con cui, a volte, è riuscito persino a dare un’impronta diversa al nostro tempo.

Certa sociologia sostiene che le leggi siano state create per definire i confini di quella che taluni chiamano libertà. E spesso, durante il novecento, la libertà è stata messa in pericolo da leader e dittatori politici, bramosi di imporre una legge valida per tutti: la loro.

Anche nel calcio.

Altri, invece, credono che quelle stesse regole siano state create anche per essere infrante. Con il coraggio e la strafottenza della ribellione. Nel calcio come nella quotidianità dell’esistenza. Perché esiste un altro mondo, lì fuori, che vive ogni giorno e che il pallone ogni giorno contribuisce a dare forma e sostanza, e riempie di simboli e significati che sopravvivono anche al tempo per essere raccontate a chi, quel tempo, non lo ha mai vissuto. Perché la politica ha sempre inseguito il calcio, spesso anche sui campi di gioco. E il calcio ha quasi sempre vinto.

A rivedere il triste percorso che la nostra nazionale ha compiuto in Brasile, ciò che più ha impressionato in negativo è stata la mancanza di forza, di coraggio. La voglia di lottare su ogni pallone, di conquistare il diritto inalienabile di tornare nell’elite del calcio mondiale.

È stata una spedizione coerente con il momento attuale del paese di sbando generale, senza più un leader o una guida carismatica che con un solo gesto, o un solo sguardo, riesca ad imprimere in tutti gli altri “compagni” quella traccia che dal campo (o dal terreno della crisi economica) conduce alla gloria, o quantomeno ad una dignitosa lotta a testa alta. Ed è buffo, considerando che proprio in Brasile il calcio e la politica si sono affrontati in una delle battaglie più epiche del nostro tempo. Dove però non si giocò soltanto per la compiacenza del dio pallone, ma per diritti ben più importanti, come quello di poter esprimere la propria opinione politica lì dove, da anni, qualcuno aveva imposto la dittatura.

Socratez e la Democracia Corinthiana di Davide Mazzuchin

Il mondo l’ha conosciuta come “Democracia Corinthiana”, ma di fatto è stato il primo e finora unico tentativo più o meno riuscito di sovvertimento di un ordine gerarchico, che partito da un allora modesto Corinthians riuscì addirittura a restituire la libertà ad un intero popolo. Quella lotta è rimasta nella storia perché guidata da un leader estremamente carismatico, un certo Socrates (sicuramente uno che aveva quel qualcosa tipico dei predestinati, perché altrimenti non ci nasci neanche, con un nome così), ed altri personaggi ribelli per natura, come Walter Casagrande (che qualcuno ricorderà all’Ascoli ed al Torino), Wladimir e Biro-Biro. Ed un sociologo come direttore sportivo, Adilson Monteiro Alves, colui che prenderà per tre anni le redini del management del Timao e della “democrazia”, che descriverà in uno splendido documentario (presentato da Eric Cantona, un altro non esattamente icona della rettitudine) come “la voce del calcio e dello sport nella lotta per la ri-democratizzazione del paese”.

Nata come lotta al dispotismo che in quegli anni imperava non soltanto alla guida del paese ma anche all’interno dei club, dove gli allenatori godevano di larga autorità più o meno ascritta e i presidenti lucravano sullo sport, la Democracia Corinthiana allargò i confini delle proprie idee dallo spogliatoio del Pacaembu all’intero sistema culturale brasiliano, seminando il desiderio di porre per sempre fine all’autorità imposta. All’interno del Timao dei primi anni ottanta tutto era deciso da tutti in libera autogestione, e ciascun membro della società aveva il medesimo peso nelle scelte, dal calciomercato all’alimentazione (uno dei primi “provvedimenti” fu la totale abolizione del “concentraçao”, il ritiro pre-partita forzato in cui spesso si tenevano interminabili sermoni politici e ideologici). Fu così che, nelle due stagioni tra l’82 e l’84, il Corinthians vinse due campionati mostrando all’intera nazione la fede incrollabile nelle proprie idee con un pubblicitario professionista, Washington Olivetto, che inventò un logo, un copy per le elezioni del 1982 (“Dia 15 vote”) e lo striscione che i neocampioni portarono in giro per il campo che recitava, con la sfrontatezza di chi sa di poter cambiare il suo mondo: “Ganhar ou perder, mas sempre com democracia”.

Vincere o perdere, non importa. L’importante è che al di sopra di entrambe ci sia la democrazia, la libertà di poter avere un credo e difenderlo.

«Ci credevamo davvero, nel nostro progetto» – scrisse una delle colonne portanti del giornalismo brasiliano, Yuka Kfouri – «Nella possibilità di cambiare le regole del gioco, nel calcio e nella società. Furono anni intensissimi. I titoli conquistati furono il vero combustibile per il movimento».

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Quell’utopia durò pochi anni, fino al giro di boa degli ’80, ma rimarrà impresso nella storia del nostro secolo come la vittoria più netta che il pallone abbia ottenuto sulla politica. La vittoria del coraggio sulla paura di cambiare. Della forza delle proprie idee.

Non mi aspettavo una simile rivoluzione da Prandelli. Né che Balotelli o Cassano sollevassero mari e monti per cambiare le sorti dello stivale. Mi sarebbe bastato soltanto vederli credere in un progetto, quello del mondiale brasileiro, e in un’idea, quella di lottare fino in fondo per disputare un buon mondiale. Ma non è andata così.

C’era un delirio pazzesco al Maracanà, durante il mondiale. Purtroppo è mancato il coraggio che noi italiani non abbiamo avuto.

Autore

Alessandro "Pocho" Vitiello
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